L’ Immigrazione spiegata ai bambini, il viaggio di Amal

di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso.

Il sole splendeva alto, il mare sembrava tranquillo, e una gatta, un cane, una capretta,e un falco si erano messi in viaggio su una vecchia barca. Insieme ai loro padroncini, fuggivano da uomini crudeli che avevano distrutto i loro paesi, nella speranza di trovare una vita migliore al di là del mare…

“Quel giorno sul mare c’era una di quelle piccole barche. E su quella barca, in mezzo a un mucchio di gente, si trovavano quattro animali che non si erano mai trovati insieme…figurarsi sul mare!”

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Questo libro è uno strumento per cominciare a parlare di immigrazione con i più piccoli.

Dal 21 luglio in libreria.

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ENTRE PITOS Y FLAUTAS – CAPITOLO 5

Cosa sta succedendo nella politica Spagnola?
Oscar Noble, illustratore uruguaiano che vive a Barcellona e nostro ospite per un progetto di mobilità internazionale organizzato da Xena – Centro Scambi e Dinamiche Interculturali, ce lo racconta a fumetti in dieci episodi settimanali.
Ecco la quinta puntata, buona lettura.
Trovate qui i capitoli precedenti.
Entre pitos y flautas,
Cronache dalla crisi spagnola
Capitolo cinque:
En la cresta de la ola
di Oscar Noble
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Rosalie Lighting – Barilli risponde a Calia

Qualche settimana fa BeccoGiallo ha pubblicato la versione tradotta in italiano di “Rosalie Lightning”, il graphic memoir di Tom Hart candidato all’ Eisner Award.
Uno dei nostri autori più prolifici e colonna della casa editrice, Claudio Calia, è stato uno dei primi a leggere questo volume in versione tradotta.
Claudio ha talmente amato il libro che lo ha consigliato ad un’altra vecchia conoscenza di BeccoGiallo, Francesco Barilli.

Francesco ha talmente amato il libro che lo ha consigliato a tutti.

Quando Calia ha chiesto a Barilli cosa ne pensasse, lui ha risposto con la lettera che segue.

ROSALIE_COPERTINA STAMPA DEF

“Rosalie Lightning” di Tom Hart scontato del 15%

Barilli risponde a Calia

Mi chiedi di scrivere qualcosa su questo libro.

E lo farò, ma prendendola alla lontana.

Perché scriviamo? Si possono dare molte risposte, ma una sola secondo me è universalmente valida. Scriviamo perché la vita non ci basta. E allora cerchiamo qualcos’altro…

Guarda, pochi giorni fa ho scritto un racconto. Terminava con una bambina che muore fra le braccia di un pupazzo di neve. L’ho fatto leggere solo a un amico (disegnatore “dei nostri”, se m’intendi). Molto bello, m’ha detto. “Le immagini” ha aggiunto “sono già forti e misteriose e dare loro una forma precisa con il disegno mi pare equivalga a fermarle. Insomma, direi che il racconto funziona al meglio delle sue possibilità come prosa.”

Il racconto, insomma, non lo trasformerò in fumetto. E non l’ho pubblicato nemmeno sul mio blog. Magari, un giorno… Non so neppure cosa volevo dire e non voglio saperlo: “Ciò che l’anima comprende a volte fa paura”.

E qui vengo a Rosalie Lightning. Perché, tu lo sai, l’ultima frase virgolettata è lì che l’ho trovata.

(e tutto questo per dirti che quando mi hai proposto questo libro avevo questo strano stato d’animo per cui la lettura è stata una pugnalata).

Senti, non sto a dirti di presagi e altre cose. Razionalmente non ci credo, di solito è solo il cedere alla tentazione di esser stati profeti dell’altrui futuro e poter così pensare di poter indovinare anche il nostro. Ma non sempre è solo un’illusione. Perché anch’io ricordo il giorno in cui vidi negli occhi di mio padre il rimpianto per quel po’ di vita che avrebbe voluto vivere e che – sapeva – stava per essergli tolta. Era in ospedale. Sarà stato un mese prima di quel che hai capito. Era a letto, stava guardando una foto che gli avevo lasciato: lui assieme al mio primo figlio, l’unico nipote che avrebbe conosciuto. Ripose la foto sul comodino, si asciugò gli occhi con una mano, velocemente. Era un uomo “di una volta”, ex partigiano, poi poliziotto e poi ancora operaio tornitore (per un comunista è troppo difficile restare in polizia, diceva): uno così non piange, specie davanti al figlio maschio. Parlammo tranquillamente. Ricordo che bevve dell’acqua a collo dalla bottiglia, me ne offrì un bicchiere. Non gli dissi nulla di come l’avevo visto: bene così.

Adesso potrai alzare un sopracciglio pensando “sì, ma stai parlando di te…”. Alcuni hanno detto che lo faccio d’abitudine (parlare di me, intendo). Di solito rispondo sprezzante, da radical chic, che ogni scrittore in fondo parla di se stesso. Se è proprio bravo, riesce a non fartelo capire.

Ma a te voglio dire la verità: parlo di me – stavolta – per pudore. Perché non si commenta una cosa così, un dolore così (siccome non stiamo parlando solo fra noi: Rosalie Lightning è lo straziante libro di Tom Hart sulla morte improvvisa della figlia, di soli 2 anni nemmeno compiuti; c’è tutto un racconto, dentro, sul percorso suo e della moglie, fra dolore e tentativi di ripartire, fino a un cenno di speranza. E soprattutto c’è tanto amore, in questo fumetto. L’amore che, quello sì, tutti possono capire). Insomma, un libro del genere lo si legge, lo lasci lì a darti una rimestata nella viscere, ne consigli la lettura, poi taci.

Qui non c’è da dire: “capisco il tuo dolore”. Il dolore non lo si capisce, lo si vive, ognuno alla propria maniera. Quindi tutto il pippone su mio padre c’azzecca poco (che poi perdere un genitore o perdere un figlio son cose diverse; non stiamo neanche a spiegarlo, no?) se non per dire che quel grumo denso e nero che ti morde l’anima prima o poi lo sentiamo tutti, anche se ci appare in forme diverse, e – vagamente – possiamo dire (all’altro) di capire. E, sempre vagamente, di “capire di non poter capire”. Non fino in fondo, almeno. Non fino a dove nessuno vorrebbe arrivare.


 

Francesco “Baro”Barilli ha scritto per BeccoGiallo i volumi: “Piazza Fontana”, “Carlo Giuliani, il ribelle di Genova”, “Piazza della Loggia. Volume 1: Non è di maggio” e  “Piazza della Loggia. Volume 2: In nome del popolo italiano”.

Ha inoltre curato i redazionali per i volumi: ”Ilaria Alpi, il prezzo della verità”, ”Dossier Genova G8”, ”Il delitto Pasolini”,”Peppino Impastato, un giullare contro la mafia”.

Questo è il blog di Barilli.

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seveso – 40 anni dopo

10 luglio 1976.

Sono passati 40 anni da quel caldo sabato di luglio. Quel giorno in cui nel cielo di Seveso non si vedeva nulla se non un’infinita coltre opaca. Quel sabato in cui lo stabilimento ICMESA di Meda sbuffò i suoi vapori misteriosi sulle cittadine limitrofe avvelenando persone, animali e piante.
Dopo proteste, analisi, indagini e domande insistenti, finalmente ai cittadini venne comunicata la natura di quei vapori.
Diossina.
Un termine che oggi abbiamo imparato a conoscere e a temere ma che nel luglio del 1976 per gli operai dell’ ICMESA e le loro famiglie non era che un parolone che indicava qualcosa che “non fa bene”.

Troppo tardi vennero presi provvedimenti, troppo tardi vennero verificate le cause e le responsabilità dell’evento.
Tanti bambini si svegliarono con la pelle martoriata dagli effetti del gas, tanti ortaggi furono avvelenati e comunque consumati, decine di famiglie non sarebbero più tornate alle loro case, che vennero abbattute perché contaminate, 80.000 animali sono morti tra quelli deceduti subito dopo l’incidente e quelli soppressi per precauzione.

Sono passati quattro decenni, ma questa vicenda, uno dei più gravi disastri ambientali di sempre, così poco nota alle nuove generazioni, è ancora vivida nelle memorie degli abitanti di Seveso e dintorni.
Un incidente, una leggerezza, un errore, una falla, una disgrazia, una mancanza.
Lo si può chiamare in tanti modi quello che è successo quel giorno a Meda, ma di certo non lo possiamo chiamare “passato” e non lo possiamo dimenticare.

“Il caso Seveso” è un libro a fumetti di Francesca Cosi, Alessandra Repossi e Sara Antonellini e cerca di raccontare la vicenda.
All’inizio del volume trovate la prefazione di Massimiliano Fratter, direttore del Bosco delle Querce di Seveso e Meda che quel giorno lì a Seveso c’era.

Vi riportiamo qui di seguito lo scritto di Fratter in versione integrale.

Il libro potete trovarlo nelle librerie o a questo link.

 

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“Il passato, il presente, il futuro di Seveso”

di Massimiliano Fratter, direttore del Bosco delle Querce di Seveso e Meda

 

C’ero. Ed ero un bambino, in quel caldo sabato di luglio

del 1976. Un altro secolo. Un’altra storia, forse. E ho tre ricordi nitidi. Il giorno dell’incidente con il fischio – durato alcuni secondi – e l’odore. Insopportabile. Che inquinò l’aria

per alcune ore, almeno fino a sera. Il secondo frammento risale a dieci giorni dopo, quando la notizia della fuoriuscita della nube tossica dall’Icmesa è ormai di dominio pubblico, e

i miei genitori decidono di “evacuarmi” (la mia famiglia non

dovette lasciare casa) per portarmi dagli zii a Meda (a Meda!),

ma a nord della fabbrica che si trovava proprio al confine tra

i due paesi. Il vento, al momento della rottura del disco di sicurezza (la sicurezza di chi?) del reparto B soffiava in direzione sud-sudest. La zona dove abitavano i miei zii non

era stata colpita. O almeno, non il 10 luglio. Perché l’Icmesa produceva e inquinava dal 1948 (i lavori di costruzione dello

stabilimento erano terminati un anno prima) e non c’erano all’interno dei suoi obsoleti impianti ventilatori che potessero dirigere gli inquinanti da Meda verso Seveso. Perché farlo, poi? C’era il fiume dove scaricare tutto quello che era possibile scaricare, e alle lamentele della popolazione o delle autorità si rispondeva, spesso, con il denaro o con la minaccia dei licenziamenti. E il posto di lavoro era sacro, nell’Italia post seconda guerra mondiale, nell’Italia degli anni ‘50. Nell’Italia del boom economico. Come oggi. In fondo, quando morivano le pecore o gli animali si pagava, e di tosse non è mai

morto nessuno. Questi italiani. Sempre pronti a lamentarsi, invece di ringraziare chi aveva portato denaro e benessere. E comunque all’Icmesa non si inquinava: parola di Givaudan Hoffman La Roche. Proprietari che vivevano in Svizzera. Dove ordine e pulizia sono valori sacri. E per gli ansiosi da presunto inquinamento c’era sempre il Valium (marchio registrato), perché Hoffman La Roche teneva (e tiene ancora) alla salute. E al profitto, naturalmente. L’ultimo mio ricordo è legato al periodo successivo e non può essere collocato in un periodo preciso. Almeno nella mia mente. Un ricordo fatto di divise e tute. Erano quelle dei soldati chiamati a pattugliare la zona più contaminata, la famigerata zona A (c’era poi una

zona B – non evacuata – e una zona di Rispetto, con tracce minori di diossina. Io vivevo in quest’ultima ed ero “rispettato”, quindi). E quelle degli addetti alla bonifica. Crescevo e

loro erano lì, parte integrante del mio – del nostro – vivere quotidiano, e raccontavano, evidenziavano una normalità “altra”. Durata complessivamente quasi dieci anni e che via via cercava di riportare la città a una vita normale, con la fine dei lavori di bonifica che terminano con la nascita del Bosco delle Querce, nel 1983, e i lavori di realizzazione del parco terminati tre anni dopo, nel 1986.

Sono rimasto. E poco più che ventenne (siamo all’inizio degli anni ‘90 dell’altro secolo), incontro un piccolo gruppo di donne e uomini che hanno deciso di impegnarsi per il bene della città “adottando” un’area degradata, il Fosso del Ronchetto. 7,5 ettari lontani dal Bosco delle Querce ma che

rappresentano il desiderio di prendersi cura della città dove vivono. Seveso, appunto. Sono le socie e i soci del locale circolo di Legambiente, dedicato a Laura Conti, medico e all’epoca dell’incidente consigliera regionale in Lombardia, molto vicina alla Comunità. Lei che arriva da Milano per cercare di comprendere. Per aiutare. Per proporre. Amata da pochi, avversata da molti. Donna dalle posizioni forti e dalle parole chiare su molti temi che la democristiana Brianza non vuole

proprio ascoltare. Di cui non si deve parlare, meglio tacere. E lasciar passare il tempo. E dimenticare: “Un anniversario da dimenticare”. Così Il Cittadino, il settimanale locale cattolico più letto all’epoca, ricordava il ventesimo anniversario dell’incidente, il 10 luglio 1996. Le amiche e gli amici del Circolo sostengono invece che la rielaborazione di ciò che è accaduto e delle sue conseguenze è un’opportunità di crescita e cura per una Comunità ancora dolente. Nonostante la voglia di rimozione. Crediamo (perché anch’io mi iscrivo a Legambiente), che la Storia sia uno strumento di sollievo, e alla fine del secolo iniziamo a elaborare un progetto che diverrà poi la colonna portante di un percorso durato più di quindici anni. Nasce il “Ponte della Memoria”. Iniziamo a ricostruire l’archivio sociale della “vicenda Seveso”. Ascoltiamo storie. Raccogliamo storie. Raccontiamo la Storia. Entriamo al Bosco delle Querce. Il parco è aperto al pubblico dal 1996, ma

quasi nessuno lo frequenta. All’inaugurazione l’allora presidente di regione Roberto Formigoni parla davanti al deserto (tranne le cosiddette Autorità e pochi obbligati non c’è praticamente anima viva). Il parco è una sorta di non-luogo. Io stesso, che abito a poche centinaia di metri dall’ingresso,

non ci sono mai entrato. Con il “Ponte della Memoria” inizia un percorso di rielaborazione e riappropriazione che porterà alla vera e propria apertura del Bosco nel 2004, quando, davanti a centinaia di sevesine e sevesini (durante la giornata continuo fu l’afflusso per visitare il percorso appena aperto), viene inaugurato il percorso della Memoria all’interno

del parco: undici pannelli per cercare di non dimenticare. E sono ancora tante le persone che negli anni donano all’Archivio i propri documenti. Le scuole iniziano a chiedere di essere accompagnate al Bosco per conoscere. E il progetto trova il sostegno istituzionale del Comune di Seveso e della Fondazione Lombardia per l’Ambiente, nata nel 1986 proprio per valorizzare l’esperienza di Seveso e che, per la prima volta, sostiene economicamente un progetto per la Comunità. Meglio tardi che mai. Oggi la Fondazione ha trovato la sua sede definitiva a Seveso, e anche questo è un passo verso la pacificazione: perché Seveso, la sua esperienza e il lavoro stesso della Fondazione non sono più qualcosa da nascondere, da relegare esclusivamente nell’ambito tecnico-scientifico, ma diventano nomi e buone pratiche da narrare. Le direttive europee in materia di rischio industriale prendono

il nome di “Direttiva Seveso”. La Città diviene un luogo da

visitare e conoscere. Sono ancora qui. Il Bosco delle Querce è diventato la mia seconda casa. E il mio lavoro. E quanto seminato con il Ponte della Memoria continua a dare buoni frutti. Da coltivare. Per fare finalmente altri passi in avanti senza omertà o silenzi rispetto anche agli angoli meno chiari della vicenda. O a quelli volontariamente taciuti (anche dal sottoscritto, all’epoca responsabile del Progetto) perché non si dovevano alterare alcuni “equilibri sensibili”. Il Ponte era sostenuto dal Comune. Dalla Fondazione. La Brianza ha cambiato colore (verde, azzurro, rosso pallido), ma è solo un’apparenza. Perché nella propria intimità è sempre rimasta Bianca, Cattolica, Reazionaria. Ed è meglio non stimolare nervi ancora scoperti come i risarcimenti o l’aborto (nel 1976 in Italia l’aborto non era ancora legale, ma a Seveso furono autorizzati gli aborti a scopo terapeutico, con le donne che sceglievano

questa strada sottoposte a un vero e proprio processo, quasi una tortura, senza possibilità di assoluzione). Tutto è Passato. Andiamo avanti. Fino a un certo punto: perché il processo di pacificazione non troverà pieno compimento fino a quando non si deciderà di sanare tutte le ferite. Senza tacere. Con i contributi di tutti e di tutte. Anche con l’apporto di Alessandra Repossi e Francesca Cosi, e con le tavole di Sara Antonellini. Su Seveso si è scritto tanto. Magari troppo e qualche volta a sproposito. Mai si era disegnato. È questa, dunque, una prima volta importante. Ricca, che deve far riflettere. E che non mette un punto definitivo, purtroppo. Perché c’è un altro disegno. Quello di un’autostrada che vorrebbe passare dove oggi c’è il Bosco delle Querce. Sbancare i terreni mai bonificati. Quelli

un tempo classificati in zona B e dove, sotto, si trova la diossina. Riportare a Seveso le tute bianche, visto che all’interno del cantiere si dovrà operare in sicurezza. Ci sono il progetto definitivo e la volontà politica di Regione Lombardia, ma per

fortuna non ci sono ancora i fondi. Che, sostiene Regione Lombardia, prima o poi si troveranno.

E io osservo il mio territorio dove, nel bene e nel male, ci

sono le mie radici, la mia vita. E sono preoccupato. Mi chiedo se tutto quello che abbiamo costruito negli anni sia stato utile. Perché, se dovesse concretizzarsi lo scenario devastante dell’autostrada Pedemontana Lombarda, dovremo rivivere la Storia. Calerà di nuovo il buio. Tornerà per noi l’incubo. E sarà una tragedia. Tutta italiana, questa volta.

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ENTRE PITOS Y FLAUTAS – CAPITOLO 4

Torna Oscar Noble, illustratore uruguaiano che vive a Barcellona e nostro ospite per un progetto di mobilità internazionale organizzato da Xena – Centro Scambi e Dinamiche Interculturali, per continuare a raccontarci a fumetti cosa sta succedendo nella politica Spagnola.
Questa è la quarta delle 10 puntate che ci aiuteranno a comprendere meglio l’attuale situazione politica iberica e a prepararci a capirne i prossimi sviluppi.
Trovate qui le puntate precedenti.
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Entre pitos y flautas
Cronache dalla crisi spagnola
Capitolo quattro:
Nuove prospettive
di Oscar Noble
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se fossi in voi – dedicato ad emmanuel namdi

Testi e disegni di Paolo Castaldi.

 

Emmanuel Chidi Namdi, 36 anni, era fuggito con la moglie 24enne Chinyery dalla Nigeria, trovando ospitalità presso il seminario di Fermo.
Una coppia che scappava dalle violenze di Boko Haram in Nigeria, una coppia che era arrivata in Italia per rifarsi una vita lontano dagli orrori di quello che è stato definito “l’islamic state nigeriano” e che voleva trovare pace nell’Europa della civiltà e dei diritti.
Tutto questo non è successo.
Sono stati picchiati selvaggiamente da un ultrà di estrema destra mentre passeggiavano per strada.
Ha dato della scimmia alla povera  Chinyery e Emmanuel ha osato reagire.
Ora Emmanuel è morto, ammazzato a forza di botte.

Paolo Castaldi lo ricorda con queste tavole, dense di rabbia nei confronti di chi odia senza motivo e di chi pensa che una morte valga meno di altre.

 

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“Il caso Seveso, era un caldo sabato di luglio” – 40 anni dall’incidente di Seveso

di Francesca Cosi, Alessandra Repossi e Sara Antonellini

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Sabato 10 luglio 1976, bassa Brianza. Poco dopo mezzogiorno, nella fabbrica ICMESA di Meda, che produce sostanzee chimiche per diserbanti e antibatterici, si verifica un incidente: una nube si riversa sul territorio di Seveso e nei comuni limitrofi, e fa morire in pochi giorni animali e piante oltre a provocare danni gravi alla salute delle persone. La popolazione vive giorni di angoscia, poi arrivano le prime ammissioni agli esperti: la nube contiene diossina, una sostanza ancora poco studiata ma fra le più tossiche al mondo.
Questa è la storia dell’incidente di Seveso – insieme a Chernobyl e Bhopal tra i più gravi disastri ambientali causati dall’uomo – e di tutto ciò che è successo dopo.

“[…]E comunque all’Icmesa non si inquinava: parola di Givaudan Hoffman La Roche. Proprietari che vivevano in Svizzera. Dove ordine e pulizia sono valori sacri. E per gli ansiosi da presunto inquinamento c’era sempre il Valium (marchio registrato), perché Hoffman La Roche teneva (e tiene ancora) alla salute. E al profitto, naturalmente. L’ultimo mio ricordo è legato al periodo successivo e non può essere collocato in un periodo preciso. Almeno nella mia mente. Un ricordo fatto di divise e tute. Erano quelle dei soldati chiamati a pattugliare la zona più contaminata, la famigerata zona A.”

Dalla prefazione di Massimiliano Fratter, direttore del Bosco delle Querce di Seveso e Meda

 

Dal 7 luglio in libreria.

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E c’è ancora della strada da fare – L’introduzione di Giorgio Olmoti a “41 colpi”

5 luglio, Milano, San Siro.
16 luglio, Roma, Circo Massimo.

Il Boss torna a calcare le scene in Italia 35 anni dopo l’uscita del disco doppio “The River”.
Cogliamo l’occasione per riproporvi uno scritto di Giorgio Olmoti, più precisamente il testo che apre “41 colpi, omaggio illustrato alla poetica di Bruce Sprengsteen” di Marco Peroni e Riccardo Cecchetti, che racconta di come Giorgio abbia conosciuto quest’ uomo del New Jersey grazie alle note incise sui nastri delle musicassette che uscivano da quei “radioni” che hanno segnato gli anni ’80.

Un omaggio sentito, sincero e prezioso di chi la musica non l’ha solo ascoltata ma l’ha vissuta e fatta sua. Ci auguriamo che possiate apprezzarlo tanto quanto noi.

Alcune tavole in anteprima di “41 colpi” potete trovarle qui sul nostro shop on line, insieme al volume in sconto e ad una sua breve descrizione.

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E c’è ancora della strada da fare

di Giorgio Olmoti

Autostrada Milano Venezia. Notte fonda. La moto si lascia inghiottire dal buio e il mondo, almeno quello che posso credere esista ancora del mondo, è tutto concentrato nel triangolo di luce gialla proiettato dal mio faro. “Mister state trooper please don’t stop me”. Sono i versi della canzone che corrono dentro il mio casco la notte, durante i viaggi lunghi. Parlando con gli altri motociclisti scopri che la maggior parte cantano mentre guidano, soprattutto durante i tragitti lunghi. Del resto andare in moto è in ogni caso confrontarsi faccia a faccia con se stessi, che altri interlocutori non ce ne sono anche quando hai un passeggero a un tiro di spalla. E allora hai il tempo di raccontarti le tue storie, di prendere la misura della memoria e di lasciare che passione, emozioni e follia giochino sul ciglio dell’attenzione che la strada pretende. E a un certo punto cominci a ripetere “Mister state trooper please don’t stop me”. Un mantra da ripetere a casco aperto, lasciando che l’aria ti soffi su quei versi a fior di labbra, perché quando canti in moto basta il gesto delle parole, tanto i suoni, tutti i suoni possibili, sono già ostaggio del motore. Sull’autostrada in quel momento, malgrado la notte avanzi, c’è molto più traffico del solito e mi immagino siano tutti reduci dalla mia stessa serata e forse non è nemmeno un’idea così balzana. Siamo a cavallo tra il 19 e il 20 aprile del 1999, ci stiamo spendendo le ultime lire prima dell’arrivo della moneta unica e non ne abbiamo grande consapevolezza. Stiamo finendo anche i giorni di un secolo e di un millennio e, a parte vaghe nozioni di un imminente collasso delle tecnologie che si rivelerà piuttosto la formula moderna del millenarismo medievale, anche di questo passaggio portiamo addosso vaga consapevolezza. Quella sera lì a Milano c’è stato il concerto di Bruce Springsteen che per questa tournée ha rifatto corpo unico con la leggendaria E Street Band, per la gioia di milioni di appassionati e per la mia in particolare.

La prima volta che incontrai Bruce Springsteen mi portavo addosso i miei quindici anni, che so ricordarmi per l’odore di miscela del motorino che mi serrava la maglietta in una morsa fatale che probabilmente contribuiva a tener lontane le ragazze. Tutti noi dei palazzi avevamo qualcosa che teneva lontane le ragazze ma non avevamo percezione di cosa fosse. Probabilmente erano i palazzi stessi a formare una sorta di triangolo delle Bermuda delle passioni, inghiottendo ogni nostra possibilità.

Tenevo in mano un paio di cassette C90 vergini e mi trovavo nel salotto dell’amico ricco, quello che comprava i dischi a decine e centinaia per il bell’esercizio di potere che attivi quando puoi comprare sempre e tutto. Quella era una stagione confusa dal punto di vista delle scoperte e i cantautori e il punk s’accoppiavano in razza bastarda nelle mie cassette. Lo stereo non ce l’avevo ma m’ero comprato un radioregistratore, radione dicevamo noi che ignoravamo quanto sarebbe stato più figo chiamarlo ghetto blaster, e le cassette giravano tutto il giorno a pieno regime. Ne avevo anche di originali. Ma tutto questo, il pugno di terra in cui potevi tenere il mio mondo e ci stava comodo, in quel momento non esisteva. Lui mi stendeva le copertine sul divano e mi mostrava gli ultimi acquisti. Il valore di quella merce sembrava essere proprio il lasso temporale che correva dall’arrivo nelle vetrine del negozio alla planata nei suoi scaffali. L’ultimo disco di qualcuno era sempre il più ambito. Come se da lì a poco solo l’apocalisse. Senza sospettare che la morte di quel mondo di vinile premeva davvero alle porte, convinti che quel nostro mondo sarebbe stato per sempre. Per sempre i palazzi, i motori che ti sporcavano le mani e il campetto col pallone e le risse e quella maledetta voglia. Tutto stava anche in quelle canzoni e ancora non lo sapevo e mai avrei immaginato che quelle notti nostre con le gare nei viali vuoti e qualche birra calda sul muretto avrebbero avuto altra dignità se ricollocate in una Jungleland di competenza. L’avessi saputo che le mie notti avevano diritto d’essere portate dal sax dell’uomo gigante. Un disco che si intitola Born to Run di primo acchitto mi incuriosisce, che quella faccia è roba che so misurare d’istinto. Poi leggo sull’angolo e c’è una scritta in italiano che recita qualcosa come Il nuovo Bob Dylan, e penso che se uno è disposto a farsi scrivere una cosa così sul suo disco è uno loffio che non merita di riempire un lato delle mie cassette. Passo a un altro disco ma mi resta un dubbio.

Ci sono dei lampeggianti blu e macchine con le doppie frecce. Scalo un paio di marce della moto, anche lei un sogno americano. Guido una Moto Guzzi California, per la memoria di mio nonno e mio padre che guidavano con lo stesso stemma sul serbatoio e per la memoria di un sogno che anche le canzoni di Springsteen mi hanno regalato e che m’ha fatto sentire che nei miei gesti di tutti i giorni, dalla fatica alle notti a correre su una lingua di asfalto, c’era racchiusa tutta la poesia possibile. Qualcuno si è schiantato e a giudicare dal groviglio si sarà già scordato di respirare. Magari era stato anche lui, o lei, o loro, al concerto. Le macchine si accatastano in fila asmatica e io passo con la moto che borbotta a filo di sportelli e tensione.

Un giorno me ne stavo sdraiato sul letto in camera e su Linus leggo di questo tizio che è poi lo stesso della copertina che bocciai a casa dell’amico di cui sopra. The River, si intitola il disco di cui parlano. Addirittura un doppio. La faccia in copertina è quella lì e sento che devo fidarmi. L’acquisto di un disco doppio per me all’epoca era uno sforzo mica da ridere. La cassetta originale, lo dico ormai solo per i cultori del genere, non era doppia come il disco. In un nastro solo ci stava dentro ficcato tutto quel fiume di storie che mi ha cambiato la vita. Anche a partire da quelle canzoni ho capito che non importava che lavoro facevi e che cosa succedeva nella tua vita perché quello che contava davvero era l’attenzione, le storie minime che a saperle raccontare erano il nesso plausibile per cercare di darti una ragione di questo fatto che siamo al mondo e cadiamo e ci rialziamo e piangiamo e ridiamo e crepiamo comunque. Springsteen quella lezione l’aveva imparata a sua volta dai maestri suoi, gli stessi che, a partire da Woody Guthrie, deciderà un giorno di regalarci come fa lui entrando nella tua vita e lasciando quasi per caso un capolavoro sul tavolo della cucina. E mi ero sforzato di ficcarmi in quel sogno di storie e emozioni ridando un senso alla mia estetica e sognando una Pink Cadillac anche se mi sarei ben guardato dall’andare in giro con un 131 Mirafiori dipinto di rosa per le strade del mio quartiere. Quelle canzoni stavano diventando cosa condivisa e a diciassette anni mi ritrovo sbalzato a seicento chilometri dai miei palazzi in una nuova strada, in una nuova scuola e nuovi amici da conquistare e sempre quelle maledette voglie e passioni addosso e il muro della diffidenza l’ha rotto per me il vecchio Bruce. Nebraska in quei giorni, uno dei miei preferiti, con i versi da portare scritti a penna sulla borsa di tela. Mister state trooper please don’t stop me. Comincia lì anche questa storia. Ma quelli erano già i giorni di Born in the USA, che poi lo scopriremo che le canzoni di quei due dischi erano arrivate tutte insieme e divise tra solitudine e band. Pivello, mi permettevo di fare quello della vecchia guardia e scuotevo il capo e dicevo che quella roba lì era paccottiglia e invece di nascosto mi piaceva ma era la stagione che le femmine cominciavano a essere a tiro di sorriso e uno un tono se lo doveva dare. Poi c’era quella bandiera americana e Ronald Reagan che strizzava l’occhiolino suo da attore naufragato e signore del mondo che affonda. Avessi solo prestato migliore attenzione a quel testo in apertura, con l’urlo d’essere nato in quel paese che dentro di me era un’idea che combatteva tra sogni e diffidenze.

Al concerto di Milano non ci sono andato da spettatore. Per anni uno dei miei mille lavori era stato schiantarmi di fatica come facchino e come sicurezza ai concerti. Un modo come un altro per portarmi dei soldi a casa e per vedermi qualche concerto con gli amici. Quando Springsteen arriva in Italia alla testa della E Street Band voglio esserci e voglio stare davanti, dentro, ficcato il più possibile in quel frammento di storia. Telefono a Franco e gli chiedo se lui e i suoi lavorano per quella data. Da giurarci. Chiedo di essere del gioco. Chiedo che nella retribuzione ci entri anche un biglietto per Stefania. E così partiamo in direzione Milano, verso il palaqualcosa. La carovana è già lì e iniziamo a lavorare dalla mattina. Ste resta fuori e se la gira mentre noi ci organizziamo. Il pass che mi consente di entrare dove voglio ce l’ho lì, appeso ancora oggi davanti alla scrivania. Quel giorno si fatica e mi camallo con un roadie americano il contrabbasso di Gary e lo porto sul palco. Custodia bianca rigida. Ci hanno dato delle magliette gialle. Poi devono fare le prove e salgono tutti sul palco e suonano per noi che la sera lavoreremo e ora stiamo lì, un pugno di sgangherati, con il mento appoggiato alle tavole polverose. E ci fanno un concerto tutto per noi e ci scappa pure una versione tutta filata proprio di Jungleland, con tanto di assolo potentissimo. Quel giorno sono caduto nel pentolone della pozione magica di quelli del New Jersey e da lì in poi potrei vivere senza un altro concerto per tutta la vita.

Siamo al 1987 e esce Tunnel of love. Sono tutti in fermento alla radio dove lavoravo e lavoro anche oggi ma il disco esce di mercoledì e la sera tocca a me e tutti se lo immaginano che terrò in piedi la serata a farlo sentire tutto. Il pomeriggio vado al negozio che mi passa i dischi in cambio della pubblicità, lo prendo e me lo porto a casa. Le canzoni scorrono e io mi rigiro la copertina e non ci posso credere. Mi sento tradito. Quel disco non mi dice niente. La sera, con i telefoni che squillano impazziti e la gente che mi maledice per non aver mantenuto la promessa, faccio sentire un vecchio bootleg. Quel disco non mi è mai piaciuto e i due che seguiranno ancora meno. Toccherà al fantasma di Tom Joad invitarmi al loro tavolo di nuovo ma capita in tutte le storie tra vecchi amici, che a me gli adepti di qualsiasi cosa mi sono sempre stati sulle balle. E a proposito di tavoli anni dopo, ho cambiato mille case e città in onore alla mia generazione flessibile e sono alla fine capitato a Torino. Succede che sempre più spesso nel mio lavoro che fa battere il tempo della storia con quello delle fotografie e del cinema e della canzone e del fumetto mi capita di incontrare gente che mi chiede se conosco Marco Peroni. Ogni volta dico che ho letto le sue cose ma non ho mai avuto il piacere e tutti a dirmi che dovrei proprio perché c’è qualcosa di indefinibile che ci accomuna. E un giorno di aprile ci ritroviamo in un giardino toscano faccia a faccia, mentre si festeggia un compleanno e anche a lui gli hanno fatto quel giochetto ripetuto del conosci mica Giorgio Olmoti? No? Dovresti. I presupposti perché ci si stia antipatici a vicenda ci sono tutti e stiamo lì uno di fronte all’altro, perché anche qui c’è gente che crede che sia vitale che noi due ci si parli. Certo che sappiamo reciprocamente chi siamo. Mangiamo e beviamo, ci troviamo su quel gesto di riempirci il bicchiere a vicenda e a un certo punto proviamo a parlare. “Tu di cosa ti occupi?” mi chiede lui “Sono un motociclista, arrivo dalle parti del Friuli” “Io gioco da terzino dalle parti della Valle d’Aosta”. Siamo scoppiati a ridere e da lì a scoprire che davvero eravamo legati a filo doppio dalle passioni e dalla stessa colonna sonora c’è voluto pochissimo. Abbiamo fatto libri insieme e lezioni all’università e seminari e spettacoli e soprattutto serate in bilico sulla surrealtà che domina la nostra sfera più intima. Circondati sempre da amici. Riccardo Cecchetti per esempio disegnava per Frigidaire, la rivista più importante di fine millennio e in quelle pagine correvano anche le mie parole sulla musica. Ci conoscevamo senza sospettarci. Com’è piccolo il mondo direbbe qualcuno. Com’è stupido il mondo scapperebbe da dire a noi. E ora Marco e Riccardo sono qui a raccontare una storia che non ha il vizio celebrativo delle discografie ben compilate che troverete ovunque ma parla tagliando a fetta sottile le nostre emozioni con l’invenzione di un personaggio che sprigiona dalle canzoni che conoscete come un genio dalla lampada. A ricordarci che la Storia maiuscola forse non esiste. Esistono piuttosto le storie e quella si che è roba nostra.

Sto lì mentre sistemano l’organo di Danny e pare che agli altri lì attorno non gliene freghi niente. Arriva Franco e mi chiede se posso andare con lui. C’è una stanza e c’è da fare la guardia a una cosa, una cosa sola, e questo quasi fa ridere tutti. Io non rido. Quella Fender lì la conosco segno a segno, l’ho annusata dalle copertine dei giornali e sfiorata nelle fotografie sui giornali e mi mettono lì e mi dicono di non far avvicinare nessuno. I figli di Bruce e Nils sfrecciano con lo skate nei corridoi dei camerini e l’aria è quella della vita attorno al tendone del circo. Un circo dell’Arkansas penso io. Ho la sensazione che di me e della mia passione, che mi ficca una maledetta vertigine dritto nella nuca, qualche cosa si intuisca. Divento amico del responsabile del servizio di palco, un omone barbuto che un giorno scoprirò essere un pezzo fondamentale di quella storia e di lui ora resta la memoria, come per quelli che li fanno e buttano via lo stampo dice una canzone. Vabbè, quell’omone quando tornerà in Italia si ricorderà di me e telefoneranno a Franco per chiedergli, incuriositi anche loro, chi era quello lì della chitarra che ora gli americani lo rivogliono. Quello lì della chitarra era impegnato a vivere e aveva una ragazza da amare follemente e inseguire e un figlio in arrivo e a Genova non c’è andato, perdendo il salto per salire al volo sul treno del sogno ancora una volta. Franco dal canto suo è l’unico testimone del mio pomeriggio con quella benedetta chitarra, sempre sia sognata, e davanti agli altri tutte le volte che la racconterò negherà ridendo. Sono anni che ho smesso di raccontarla questa storia e quando siamo soli io e lui mi prende in giro e mi dice che morirà portandosi il segreto nella tomba. Va bene così dico io, ci siamo abituati. E c’è ancora della strada da fare.


Giorgio Olmoti è nato nel 1965 e ha vissuto in giro per il mondo. Attualmente vive a Torino e in un bosco sopra Attimis, in provincia di Udine. Ha fatto mille mestieri ma alla fine ha trasformato in un lavoro la sua ossessione per la pagina, la narrazione, la fotografia, la musica, il cinema e il fumetto.

Questo è il suo blog: http://giorgioolmoti.blogspot.it/

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Giacinto Facchetti, il rumore non fa gol

Giacinto Facchetti, il rumore non fa gol
Di Paolo Maggioni, Davide Barzi, Davide Castelluccio

Contributi ed interviste: Stralci dei diari originali di Giacinto Facchetti, Giovanni Storti(Aldo,Giovanni e Giacomo), Massimo Moratti, Gianfelice Facchetti (figlio di Giacinto), Marco Materazzi, John Foot (storico), Massimo Raffaeli (critico letterario)

Copertina Facchetti_STAMPA

Milano, 1965. Mario è un giornalista sportivo. Del calcio ama il gioco, ma soprattutto le storie degli atleti. Una passione contagiosa: suo figlio Pietro, che frequenta le elementari, lo segue in ogni stadio. Disegna le azioni, scrive resoconti per gli amici. Ci sono anche loro, padre e figlio, tra gli ottantamila di San Siro, la sera di Inter – Liverpool. Giacinto Facchetti sigilla con un bellissimo gol la rimonta che apre le porte alla seconda Coppa dei Campioni nerazzurra. Il talento di questo ragazzo dal fisico perfetto sta stupendo il mondo: è il primo terzino d’attacco della storia del calcio, certo, ma colpiscono soprattutto le sue doti di correttezza ed umiltà, figlie di una educazione semplice e solidissima, ricevuta nelle campagne della bergamasca. “Sarà presto il Capitano della nazionale”, la facile profezia di Helenio Herrera, per una storia che coinciderà con molte fasi di quella italiana.

Una nazione diventata grande in fretta, di cui Milano è il simbolo. E anche una capitale dello sport che offre a molti giovani calciatori una rapida ascesa sociale e la possibilità di diventare veri e propri eroi popolari. La Grande Inter, dunque, ma anche la Nazionale.

Nel fumetto scorrono le immagini della Coppa Europa sollevata da Facchetti nel ’68, nel bel mezzo di una rivoluzione sociale che sembra avere il tempo per fermarsi sotto il cielo di una notte romana, in una festa che unisce davvero tutto il paese. Come nella notte di Italia – Germania 4-3: Facchetti è il Capitano azzurro della partita del secolo. Il tempo trascorre, partita dopo partita, e Pietro diventa giornalista come il padre. Raccoglie il testimone di una narrazione calcistica ricercata e mai sopra le righe: poco televisiva, a differenza della Milano che gli scorre davanti. Anche Giacinto, appese le scarpe al chiodo, aspetta che torni il suo momento, come ogni buon capitano. Non si sente fuori tempo, anche se nel suo ambiente, il rumore di fondo di urla e sopraffazioni si fa sempre più assordante. L’occasione buona è il ritorno della famiglia Moratti alla guida dell’Inter.

Anni complessi in cui Giacinto si troverà a gestire sconfitte clamorose e altre piuttosto misteriose. E’ spesso sconfitto, Facchetti, ma senza mai perdere davvero. Quando esplode la bolla di Calciopoli, il vecchio Capitano –nel frattempo diventato presidente- può concludere che davvero “il rumore non fa gol”: sopraffazione e scorciatoie non hanno avuto la meglio sulla sua idea romantica e purissima del pallone. La morte, il 4 Settembre del 2006, commuove tutto il mondo del calcio. Migliaia di persone lo ricordano con affetto e tenerezza. Pietro scrive un editoriale di commiato per Giacinto. In quelle righe c’è in fondo tutta la sua storia, quella di Facchetti, quella dell’Inter, quella di Milano.

Nel fumetto sono presenti alcuni stralci dei diari originali di Facchetti, messi a disposizione della famiglia. Nella parte testuale interviste e ricordi dedicati a Giacinto, con particolare attenzione al futuro della memoria.

Dal 30 giugno in libreria.

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