Leggere i fumetti, dagli Avengers a Zerocalcare

Vuoi provare a leggere un fumetto ma non sai da dove cominciare? Questo libro è fatto apposta per te.

Con la recente invasione di supereroi al cinema e in televisione sempre più persone si avvicinano al vasto e variegato mondo dei fumetti.
Da dove cominciare?
Quali letture privilegiare?
Ecco alcuni sentieri di lettura per iniziare a esplorare il meraviglioso mondo delle nuvolette alla ricerca di storie, personaggi, stili e ambientazioni che più fanno per noi.

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Dal 22 settembre in libreria.

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Tupac Shakur, solo Dio può giudicarmi

di Antonio Solinas e Paolo Gallina

Figura polarizzante come poche altre nella storia della musica, Tupac Amaru Shakur (1971-1996) è stato personaggio controverso e pieno di contraddizioni: rapper, attivista politico, figura di spicco del “gangsta rap”, fenomeno commerciale e poeta, Shakur ebbe amicizie discutibili (alcuni fra i più temuti gangster di New York), e fu causa, insieme all’ex-amico Notorious B.I.G., dell’inizio di una sanguinosa faida fra le due coste Est e Ovest. Alla fine, morì tragicamente all’insegna di quella “Thug Life” che aveva eletto a modello di vita. Al culmine della fama, rappresentò la quintessenza del “soldato di strada” che ancora oggi domina l’immaginario musicale nero e non solo.
A venti anni dalla morte del grande rapper, avvenuta per un omicidio mai risolto e dai risvolti inquietanti, il libro, fra leggende urbane e dati biografici, cerca di ricostruire la complessa parabola umana, artistica e sociale che ha reso Tupac Shakur uno dei personaggi più importanti e amati della cultura nera.

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Dal 22 settembre il libreria.

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ENTRE PITOS Y FLAUTAS – CAPITOLO 7

Oscar Noble è un illustratore uruguaiano che vive a Barcellona. Grazie ad un progetto di mobilità internazionale organizzato da Xena – Centro Scambi e Dinamiche Interculturali ha passato diversi mesi nella redazione BeccoGiallo disegnando un piccolo diario a fumetti che raccontasse il suo viaggio e la particolarissima situazione politica spagnola.
Ora Oscar è tornato a casa e ci manda dalla Spagna questo capitolo sette di “Entre pitos y flautas, cronache dalla crisi spagnola”. Trovate qui i capitoli precedenti.

Buona lettura!

PS: si vocifera che presto potrete leggere l’opera completa di Oscar Noble in formato cartaceo, rimanete sintonizzati per seguire gli ulteriori sviluppi!

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Entre pitos y flautas,
Cronache dalla crisi spagnola
Capitolo sei:
Ritorno alle origini
di Oscar Noble

Oscar Noble sul web:
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“CUMBE”-La ribellione degli schiavi africani in Brasile raccontata con gli occhi degli oppressi.

di Marcello D’Salete

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Durante il periodo coloniale cinque milioni di schiavi africani furono deportati in Brasile per lavorare nelle piantagioni, nelle miniere e nelle case degli uomini bianchi. Ispirato a fatti storici realmente accaduti, il lavoro del brasiliano Marcello D’Salete racconta le vicende di quegli schiavi che ebbero la forza di ribellarsi per cercare la libertà a ogni costo.

“Il Brasile è un paese estremamente diseguale, razzista, e ciò è strettamente legato al suo passato. Non possiamo continuare a considerare lo schiavismo come qualcosa di marginale nella nostra storia.”
-Marcello D’Salete

“Un volo poetico in un mondo di sangue: violenza, desiderio, la speranza come unico appiglio per sopravvivere al nuovo giorno che arriva.”
-L’Express

Dall’1 settembre in libreria.

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ENTRE PITOS Y FLAUTAS – CAPITOLO 6

Cosa sta succedendo nella politica Spagnola? Come cambia la vita di tutti i giorni quando l’economia mondiale crolla e realizzare i propri sogni diventa sempre più costoso?
Oscar Noble, illustratore uruguaiano che vive a Barcellona e nostro ospite per un progetto di mobilità internazionale organizzato da Xena – Centro Scambi e Dinamiche Interculturali, ce lo racconta a fumetti.
Ecco la sesta puntata!
Trovate qui i capitoli precedenti.
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Entre pitos y flautas,
Cronache dalla crisi spagnola
Capitolo sei:
Game Over
di Oscar Noble
Oscar Noble sul web:
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L’ Immigrazione spiegata ai bambini, il viaggio di Amal

di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso.

Il sole splendeva alto, il mare sembrava tranquillo, e una gatta, un cane, una capretta,e un falco si erano messi in viaggio su una vecchia barca. Insieme ai loro padroncini, fuggivano da uomini crudeli che avevano distrutto i loro paesi, nella speranza di trovare una vita migliore al di là del mare…

“Quel giorno sul mare c’era una di quelle piccole barche. E su quella barca, in mezzo a un mucchio di gente, si trovavano quattro animali che non si erano mai trovati insieme…figurarsi sul mare!”

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Questo libro è uno strumento per cominciare a parlare di immigrazione con i più piccoli.

Dal 21 luglio in libreria.

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ENTRE PITOS Y FLAUTAS – CAPITOLO 5

Cosa sta succedendo nella politica Spagnola?
Oscar Noble, illustratore uruguaiano che vive a Barcellona e nostro ospite per un progetto di mobilità internazionale organizzato da Xena – Centro Scambi e Dinamiche Interculturali, ce lo racconta a fumetti in dieci episodi settimanali.
Ecco la quinta puntata, buona lettura.
Trovate qui i capitoli precedenti.
Entre pitos y flautas,
Cronache dalla crisi spagnola
Capitolo cinque:
En la cresta de la ola
di Oscar Noble
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Rosalie Lighting – Barilli risponde a Calia

Qualche settimana fa BeccoGiallo ha pubblicato la versione tradotta in italiano di “Rosalie Lightning”, il graphic memoir di Tom Hart candidato all’ Eisner Award.
Uno dei nostri autori più prolifici e colonna della casa editrice, Claudio Calia, è stato uno dei primi a leggere questo volume in versione tradotta.
Claudio ha talmente amato il libro che lo ha consigliato ad un’altra vecchia conoscenza di BeccoGiallo, Francesco Barilli.

Francesco ha talmente amato il libro che lo ha consigliato a tutti.

Quando Calia ha chiesto a Barilli cosa ne pensasse, lui ha risposto con la lettera che segue.

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“Rosalie Lightning” di Tom Hart scontato del 15%

Barilli risponde a Calia

Mi chiedi di scrivere qualcosa su questo libro.

E lo farò, ma prendendola alla lontana.

Perché scriviamo? Si possono dare molte risposte, ma una sola secondo me è universalmente valida. Scriviamo perché la vita non ci basta. E allora cerchiamo qualcos’altro…

Guarda, pochi giorni fa ho scritto un racconto. Terminava con una bambina che muore fra le braccia di un pupazzo di neve. L’ho fatto leggere solo a un amico (disegnatore “dei nostri”, se m’intendi). Molto bello, m’ha detto. “Le immagini” ha aggiunto “sono già forti e misteriose e dare loro una forma precisa con il disegno mi pare equivalga a fermarle. Insomma, direi che il racconto funziona al meglio delle sue possibilità come prosa.”

Il racconto, insomma, non lo trasformerò in fumetto. E non l’ho pubblicato nemmeno sul mio blog. Magari, un giorno… Non so neppure cosa volevo dire e non voglio saperlo: “Ciò che l’anima comprende a volte fa paura”.

E qui vengo a Rosalie Lightning. Perché, tu lo sai, l’ultima frase virgolettata è lì che l’ho trovata.

(e tutto questo per dirti che quando mi hai proposto questo libro avevo questo strano stato d’animo per cui la lettura è stata una pugnalata).

Senti, non sto a dirti di presagi e altre cose. Razionalmente non ci credo, di solito è solo il cedere alla tentazione di esser stati profeti dell’altrui futuro e poter così pensare di poter indovinare anche il nostro. Ma non sempre è solo un’illusione. Perché anch’io ricordo il giorno in cui vidi negli occhi di mio padre il rimpianto per quel po’ di vita che avrebbe voluto vivere e che – sapeva – stava per essergli tolta. Era in ospedale. Sarà stato un mese prima di quel che hai capito. Era a letto, stava guardando una foto che gli avevo lasciato: lui assieme al mio primo figlio, l’unico nipote che avrebbe conosciuto. Ripose la foto sul comodino, si asciugò gli occhi con una mano, velocemente. Era un uomo “di una volta”, ex partigiano, poi poliziotto e poi ancora operaio tornitore (per un comunista è troppo difficile restare in polizia, diceva): uno così non piange, specie davanti al figlio maschio. Parlammo tranquillamente. Ricordo che bevve dell’acqua a collo dalla bottiglia, me ne offrì un bicchiere. Non gli dissi nulla di come l’avevo visto: bene così.

Adesso potrai alzare un sopracciglio pensando “sì, ma stai parlando di te…”. Alcuni hanno detto che lo faccio d’abitudine (parlare di me, intendo). Di solito rispondo sprezzante, da radical chic, che ogni scrittore in fondo parla di se stesso. Se è proprio bravo, riesce a non fartelo capire.

Ma a te voglio dire la verità: parlo di me – stavolta – per pudore. Perché non si commenta una cosa così, un dolore così (siccome non stiamo parlando solo fra noi: Rosalie Lightning è lo straziante libro di Tom Hart sulla morte improvvisa della figlia, di soli 2 anni nemmeno compiuti; c’è tutto un racconto, dentro, sul percorso suo e della moglie, fra dolore e tentativi di ripartire, fino a un cenno di speranza. E soprattutto c’è tanto amore, in questo fumetto. L’amore che, quello sì, tutti possono capire). Insomma, un libro del genere lo si legge, lo lasci lì a darti una rimestata nella viscere, ne consigli la lettura, poi taci.

Qui non c’è da dire: “capisco il tuo dolore”. Il dolore non lo si capisce, lo si vive, ognuno alla propria maniera. Quindi tutto il pippone su mio padre c’azzecca poco (che poi perdere un genitore o perdere un figlio son cose diverse; non stiamo neanche a spiegarlo, no?) se non per dire che quel grumo denso e nero che ti morde l’anima prima o poi lo sentiamo tutti, anche se ci appare in forme diverse, e – vagamente – possiamo dire (all’altro) di capire. E, sempre vagamente, di “capire di non poter capire”. Non fino in fondo, almeno. Non fino a dove nessuno vorrebbe arrivare.


 

Francesco “Baro”Barilli ha scritto per BeccoGiallo i volumi: “Piazza Fontana”, “Carlo Giuliani, il ribelle di Genova”, “Piazza della Loggia. Volume 1: Non è di maggio” e  “Piazza della Loggia. Volume 2: In nome del popolo italiano”.

Ha inoltre curato i redazionali per i volumi: ”Ilaria Alpi, il prezzo della verità”, ”Dossier Genova G8”, ”Il delitto Pasolini”,”Peppino Impastato, un giullare contro la mafia”.

Questo è il blog di Barilli.

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seveso – 40 anni dopo

10 luglio 1976.

Sono passati 40 anni da quel caldo sabato di luglio. Quel giorno in cui nel cielo di Seveso non si vedeva nulla se non un’infinita coltre opaca. Quel sabato in cui lo stabilimento ICMESA di Meda sbuffò i suoi vapori misteriosi sulle cittadine limitrofe avvelenando persone, animali e piante.
Dopo proteste, analisi, indagini e domande insistenti, finalmente ai cittadini venne comunicata la natura di quei vapori.
Diossina.
Un termine che oggi abbiamo imparato a conoscere e a temere ma che nel luglio del 1976 per gli operai dell’ ICMESA e le loro famiglie non era che un parolone che indicava qualcosa che “non fa bene”.

Troppo tardi vennero presi provvedimenti, troppo tardi vennero verificate le cause e le responsabilità dell’evento.
Tanti bambini si svegliarono con la pelle martoriata dagli effetti del gas, tanti ortaggi furono avvelenati e comunque consumati, decine di famiglie non sarebbero più tornate alle loro case, che vennero abbattute perché contaminate, 80.000 animali sono morti tra quelli deceduti subito dopo l’incidente e quelli soppressi per precauzione.

Sono passati quattro decenni, ma questa vicenda, uno dei più gravi disastri ambientali di sempre, così poco nota alle nuove generazioni, è ancora vivida nelle memorie degli abitanti di Seveso e dintorni.
Un incidente, una leggerezza, un errore, una falla, una disgrazia, una mancanza.
Lo si può chiamare in tanti modi quello che è successo quel giorno a Meda, ma di certo non lo possiamo chiamare “passato” e non lo possiamo dimenticare.

“Il caso Seveso” è un libro a fumetti di Francesca Cosi, Alessandra Repossi e Sara Antonellini e cerca di raccontare la vicenda.
All’inizio del volume trovate la prefazione di Massimiliano Fratter, direttore del Bosco delle Querce di Seveso e Meda che quel giorno lì a Seveso c’era.

Vi riportiamo qui di seguito lo scritto di Fratter in versione integrale.

Il libro potete trovarlo nelle librerie o a questo link.

 

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“Il passato, il presente, il futuro di Seveso”

di Massimiliano Fratter, direttore del Bosco delle Querce di Seveso e Meda

 

C’ero. Ed ero un bambino, in quel caldo sabato di luglio

del 1976. Un altro secolo. Un’altra storia, forse. E ho tre ricordi nitidi. Il giorno dell’incidente con il fischio – durato alcuni secondi – e l’odore. Insopportabile. Che inquinò l’aria

per alcune ore, almeno fino a sera. Il secondo frammento risale a dieci giorni dopo, quando la notizia della fuoriuscita della nube tossica dall’Icmesa è ormai di dominio pubblico, e

i miei genitori decidono di “evacuarmi” (la mia famiglia non

dovette lasciare casa) per portarmi dagli zii a Meda (a Meda!),

ma a nord della fabbrica che si trovava proprio al confine tra

i due paesi. Il vento, al momento della rottura del disco di sicurezza (la sicurezza di chi?) del reparto B soffiava in direzione sud-sudest. La zona dove abitavano i miei zii non

era stata colpita. O almeno, non il 10 luglio. Perché l’Icmesa produceva e inquinava dal 1948 (i lavori di costruzione dello

stabilimento erano terminati un anno prima) e non c’erano all’interno dei suoi obsoleti impianti ventilatori che potessero dirigere gli inquinanti da Meda verso Seveso. Perché farlo, poi? C’era il fiume dove scaricare tutto quello che era possibile scaricare, e alle lamentele della popolazione o delle autorità si rispondeva, spesso, con il denaro o con la minaccia dei licenziamenti. E il posto di lavoro era sacro, nell’Italia post seconda guerra mondiale, nell’Italia degli anni ‘50. Nell’Italia del boom economico. Come oggi. In fondo, quando morivano le pecore o gli animali si pagava, e di tosse non è mai

morto nessuno. Questi italiani. Sempre pronti a lamentarsi, invece di ringraziare chi aveva portato denaro e benessere. E comunque all’Icmesa non si inquinava: parola di Givaudan Hoffman La Roche. Proprietari che vivevano in Svizzera. Dove ordine e pulizia sono valori sacri. E per gli ansiosi da presunto inquinamento c’era sempre il Valium (marchio registrato), perché Hoffman La Roche teneva (e tiene ancora) alla salute. E al profitto, naturalmente. L’ultimo mio ricordo è legato al periodo successivo e non può essere collocato in un periodo preciso. Almeno nella mia mente. Un ricordo fatto di divise e tute. Erano quelle dei soldati chiamati a pattugliare la zona più contaminata, la famigerata zona A (c’era poi una

zona B – non evacuata – e una zona di Rispetto, con tracce minori di diossina. Io vivevo in quest’ultima ed ero “rispettato”, quindi). E quelle degli addetti alla bonifica. Crescevo e

loro erano lì, parte integrante del mio – del nostro – vivere quotidiano, e raccontavano, evidenziavano una normalità “altra”. Durata complessivamente quasi dieci anni e che via via cercava di riportare la città a una vita normale, con la fine dei lavori di bonifica che terminano con la nascita del Bosco delle Querce, nel 1983, e i lavori di realizzazione del parco terminati tre anni dopo, nel 1986.

Sono rimasto. E poco più che ventenne (siamo all’inizio degli anni ‘90 dell’altro secolo), incontro un piccolo gruppo di donne e uomini che hanno deciso di impegnarsi per il bene della città “adottando” un’area degradata, il Fosso del Ronchetto. 7,5 ettari lontani dal Bosco delle Querce ma che

rappresentano il desiderio di prendersi cura della città dove vivono. Seveso, appunto. Sono le socie e i soci del locale circolo di Legambiente, dedicato a Laura Conti, medico e all’epoca dell’incidente consigliera regionale in Lombardia, molto vicina alla Comunità. Lei che arriva da Milano per cercare di comprendere. Per aiutare. Per proporre. Amata da pochi, avversata da molti. Donna dalle posizioni forti e dalle parole chiare su molti temi che la democristiana Brianza non vuole

proprio ascoltare. Di cui non si deve parlare, meglio tacere. E lasciar passare il tempo. E dimenticare: “Un anniversario da dimenticare”. Così Il Cittadino, il settimanale locale cattolico più letto all’epoca, ricordava il ventesimo anniversario dell’incidente, il 10 luglio 1996. Le amiche e gli amici del Circolo sostengono invece che la rielaborazione di ciò che è accaduto e delle sue conseguenze è un’opportunità di crescita e cura per una Comunità ancora dolente. Nonostante la voglia di rimozione. Crediamo (perché anch’io mi iscrivo a Legambiente), che la Storia sia uno strumento di sollievo, e alla fine del secolo iniziamo a elaborare un progetto che diverrà poi la colonna portante di un percorso durato più di quindici anni. Nasce il “Ponte della Memoria”. Iniziamo a ricostruire l’archivio sociale della “vicenda Seveso”. Ascoltiamo storie. Raccogliamo storie. Raccontiamo la Storia. Entriamo al Bosco delle Querce. Il parco è aperto al pubblico dal 1996, ma

quasi nessuno lo frequenta. All’inaugurazione l’allora presidente di regione Roberto Formigoni parla davanti al deserto (tranne le cosiddette Autorità e pochi obbligati non c’è praticamente anima viva). Il parco è una sorta di non-luogo. Io stesso, che abito a poche centinaia di metri dall’ingresso,

non ci sono mai entrato. Con il “Ponte della Memoria” inizia un percorso di rielaborazione e riappropriazione che porterà alla vera e propria apertura del Bosco nel 2004, quando, davanti a centinaia di sevesine e sevesini (durante la giornata continuo fu l’afflusso per visitare il percorso appena aperto), viene inaugurato il percorso della Memoria all’interno

del parco: undici pannelli per cercare di non dimenticare. E sono ancora tante le persone che negli anni donano all’Archivio i propri documenti. Le scuole iniziano a chiedere di essere accompagnate al Bosco per conoscere. E il progetto trova il sostegno istituzionale del Comune di Seveso e della Fondazione Lombardia per l’Ambiente, nata nel 1986 proprio per valorizzare l’esperienza di Seveso e che, per la prima volta, sostiene economicamente un progetto per la Comunità. Meglio tardi che mai. Oggi la Fondazione ha trovato la sua sede definitiva a Seveso, e anche questo è un passo verso la pacificazione: perché Seveso, la sua esperienza e il lavoro stesso della Fondazione non sono più qualcosa da nascondere, da relegare esclusivamente nell’ambito tecnico-scientifico, ma diventano nomi e buone pratiche da narrare. Le direttive europee in materia di rischio industriale prendono

il nome di “Direttiva Seveso”. La Città diviene un luogo da

visitare e conoscere. Sono ancora qui. Il Bosco delle Querce è diventato la mia seconda casa. E il mio lavoro. E quanto seminato con il Ponte della Memoria continua a dare buoni frutti. Da coltivare. Per fare finalmente altri passi in avanti senza omertà o silenzi rispetto anche agli angoli meno chiari della vicenda. O a quelli volontariamente taciuti (anche dal sottoscritto, all’epoca responsabile del Progetto) perché non si dovevano alterare alcuni “equilibri sensibili”. Il Ponte era sostenuto dal Comune. Dalla Fondazione. La Brianza ha cambiato colore (verde, azzurro, rosso pallido), ma è solo un’apparenza. Perché nella propria intimità è sempre rimasta Bianca, Cattolica, Reazionaria. Ed è meglio non stimolare nervi ancora scoperti come i risarcimenti o l’aborto (nel 1976 in Italia l’aborto non era ancora legale, ma a Seveso furono autorizzati gli aborti a scopo terapeutico, con le donne che sceglievano

questa strada sottoposte a un vero e proprio processo, quasi una tortura, senza possibilità di assoluzione). Tutto è Passato. Andiamo avanti. Fino a un certo punto: perché il processo di pacificazione non troverà pieno compimento fino a quando non si deciderà di sanare tutte le ferite. Senza tacere. Con i contributi di tutti e di tutte. Anche con l’apporto di Alessandra Repossi e Francesca Cosi, e con le tavole di Sara Antonellini. Su Seveso si è scritto tanto. Magari troppo e qualche volta a sproposito. Mai si era disegnato. È questa, dunque, una prima volta importante. Ricca, che deve far riflettere. E che non mette un punto definitivo, purtroppo. Perché c’è un altro disegno. Quello di un’autostrada che vorrebbe passare dove oggi c’è il Bosco delle Querce. Sbancare i terreni mai bonificati. Quelli

un tempo classificati in zona B e dove, sotto, si trova la diossina. Riportare a Seveso le tute bianche, visto che all’interno del cantiere si dovrà operare in sicurezza. Ci sono il progetto definitivo e la volontà politica di Regione Lombardia, ma per

fortuna non ci sono ancora i fondi. Che, sostiene Regione Lombardia, prima o poi si troveranno.

E io osservo il mio territorio dove, nel bene e nel male, ci

sono le mie radici, la mia vita. E sono preoccupato. Mi chiedo se tutto quello che abbiamo costruito negli anni sia stato utile. Perché, se dovesse concretizzarsi lo scenario devastante dell’autostrada Pedemontana Lombarda, dovremo rivivere la Storia. Calerà di nuovo il buio. Tornerà per noi l’incubo. E sarà una tragedia. Tutta italiana, questa volta.

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