Archive for marzo, 2013

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Ilaria Alpi, il ricordo di Giovanna Botteri

Una verità acqua e sapone
di Giovanna Botteri, prefazione a “Ilaria Alpi, il prezzo della verità“

Non so che reazione avrebbe avuto Ilaria, sapendo di essere diventata l’eroina di un fumetto. Probabilmente avrebbe riso, sicuramente avrebbe pensato a uno scherzo. Avrei dovuto convincerla, spiegarle che avevano chiesto a me addirittura l’introduzione. E so che mi avrebbe fatto due domande: perché hanno scelto me? Perché hanno scelto te?

Non posso non pensarci, sempre. Hanno scelto te, Ilaria, perché qualcuno ha voluto ammazzarti, quel giorno a Mogadiscio, insieme a Miran. Perché hanno nascosto chi è stato, chi ha deciso e ordinato l’agguato, perché continuano a farlo. E perché tua madre non ha mai smesso di battersi, come una leonessa, perché si continuasse a investigare. Ha dovuto seppellire te, ma si è rifiutata di seppellire la verità. L’ammiravi così tanto, bella, elegante, magra, e saresti veramente stata orgogliosa nel vederla sfidare tutti, senza paura di nessuno. E tuo padre al suo fianco, sempre. Perché tante cose sono cambiate: la televisione, l’immagine delle giornaliste, il mondo dei media, e tu sei rimasta un riferimento importante per chi crede ancora nell’informazione come ricerca della verità, come reportage per spiegare e far capire altri mondi, altre culture,
come missione, studio, lavoro, impegno, passione. Lontano dai tacchi a spillo, dall’ossessione dell’apparire, dai salotti di potere.

Come non pensarti, in Somalia come a Saxa, in Marocco o a Sacrofano, sempre acqua e sapone, le scarpe basse, i pantaloni comodi con le tasche piene di note e indirizzi. Avresti dovuto nasconderci anche gli ultimi appunti. Ma non potevi saperlo. Perché ho visto una foto della Fallaci da giovane, in Africa. Seduta a terra, con una camicia larga strapazzata, e i capelli raccolti in due trecce.

Era uguale a te. Ma nessuno voleva ammetterlo, come se fosse una bestemmia. Senza sapere che lei è stata un po’ il nostro mito, da ragazzine, quando – unica donna – seguiva le guerre e i conflitti, si metteva l’elmetto e saliva sugli elicotteri. C’era solo lei. E poco importa se alla fine abbia tradito quella giovane donna che era stata.

Tu hai seguito i tuoi sogni, senza tradire te stessa. E mi piace ritrovarti in tante foto, diverse. Pensare a cosa avresti detto, fatto o scritto. Per non tradire mai se stessi.

E se mi chiedi, adesso, perché abbiano scelto me, per fare l’introduzione, la risposta è facile: ero la tua compagna di banco al Tg3. Voglio continuare a esserlo.

Ilaria Alpi, il prezzo della verità

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Festa delle Donne? La storia di Carmela Cirella

Io so' Carmela

8 marzo, festa della Donna. Ma cosa c’è da festeggiare? Ne abbiamo parlato con Alessia Di Giovanni, che ha sceneggiato con disegni di Monica Barengo “Io so’ Carmela“, la storia di Carmela Cirella, abusata dagli uomini e ignorata dalle istituzioni.

Qual è la situazione attuale delle donne in Italia?
Io sono cresciuta in una famiglia dove mio padre avrebbe preferito avere un figlio un maschio e non una femmina, ma appartengo a una generazione per cui uomo equivale a donna. Scelgo chi sono, cosa e chi mi piace essere. Non ci sono ruoli precostituiti uomo-donna. Io divento quello voglio. È la forza della cultura. Non sono obbligata a stare in coppia, ad avere figli, a essere di supporto di un uomo. Ecco, qualunque sia la mia scelta di vita come persona, però, lo Stato deve sostenermi. Se, per esempio, voglio avere un figlio, dovrei poterlo avere, non rinunciare alla maternità perché non saprei come mantenerlo o come prendermi cura di lui perché sono costretta a smettere di lavorare. Chiediamoci perché ci sono pochi ruoli di potere effettivo in mano a donne. Ecco: è su quel perché che si dovrebbe cominciare a lavorare.

Quando la violenza colpisce le donne, dov’è lo Stato?
Sembra esserci una voragine la donna che denuncia la violenza e le istituzioni a cui si rivolge. Per una donna è come entrare in un secondo incubo. Se denuncio chi mi ha strappato tutto quello che sono e che ero e che sarò, davanti mi ritrovo un muro fatto di assistenti sociali di cui ignoro la competenza e un processo che durerà anni e anni, alla fine dei quali non so neppure se mai otterrò giustizia. È surreale che dopo aver subito un abuso, quando una donna ha perso tutto, si ritrovi a lottare anche per difendersi da chi per legge dovrebbe aiutarla. Bisognerebbe avere una forza che si è appena persa. Come è successo a Carmela – che giovanissima non ha retto a questa situazione e si è suicidata. Attualmente l’unico aiuto concreto e attivo per chi subisce abusi sono i centri antiviolenza. Per questo abbiamo scelto di elencarli in fondo al libro. È uno strumento per le donne.

Perché è importante raccontare e non dimenticare una storia come quella di Carmela?
Dopo le ripetute violenze Carmela e la famiglia di Carmela si sono affidati allo Stato, alle Istituzioni, alla Polizia, ai Servizi Sociali. Si sono affidati a uno Stato che li ha traditi a più livelli: prima non hanno creduto alla sua storia, poi l’hanno trattata con sufficienza. E Carmela ha visto in quell’atteggiamento la conferma della sua solitudine di fronte a una montagna gigantesca che NON poteva superare da sola. La montagna della sua violenza. Come se fosse stata lei a cercare una situazione pericolosa. Come se si fosse trattato di un episodio banale. La cosa peggiore che può succedere a chi subisce violenza è non vedere riconosciuto il completo sconvolgimento che la violenza comporta. È una vita falciata via. Come morire e rinascere in qualcosa che non riconosci.
Non ti appartieni più. Ecco perché è importante tenere sempre a mente la storia di Carmela. Per cambiare le cose. Carmela si è suicidata perché il sistema giuridico e di assistenza sociale in Italia non funziona. La sua morte è un gesto di ribellione nella speranza che il sistema cambi a cominciare dalla cultura della donna e dello stupro.

Te la senti comunque, vista la giornata, di lasciare un messaggio positivo alle donne?
Questo lo dico prima di tutto a me stessa: smettila e smettiamola di etichettare sempre tutto. Come dobbiamo essere, come l’amore, la nostra vita, il nostro lavoro, le relazioni dovrebbero essere. Basta! Siamo noi che decidiamo il significato delle parole del nostro dizionario personale. E la prima parola da cercare nel nostro dizionario è dignità.

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Snapshots of a girl /8

Snapshots of a girl by Beldan Sezen

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Cari amici di BeccoGiallo,
prima di tutto lasciate che vi ringrazi per il vostro supporto e per credere nell’importanza del mio lavoro. Lo apprezzo molto!

La mia amica su Hanadi mi ha appena scritto su Facebook: “dovresti parlare di più del tuo lavoro, arriva molto lontano”, e ho pensato di condividere con voi la mia risposta.

Grazie, cara Hanadi, per aver portato la mia voce fino ad Aleppo! Spero che tu e i tuoi cari stiate bene.

Per quanto riguarda il mio lavoro, mi sono sorpresa quando durante un viaggio a Beirut (dove i miei lavori erano esposti in una mostra) quei cari editori italiani mi hanno chiesto di pubblicare un libro sulla mia vita. La prima reazione è stata un secco NO, perché non potevo immaginare come la mia breve (sì, vivo ancora in quell’illusione) vita potesse essere interessante per altre persone, men che meno per il pubblico italiano.

Beh, non erano d’accordo. Quello che volevano era che parlassi dei miei coming out, di cosa voglia dire per una donna turca, nata e cresciuta in Germania, affrontare la sua sessualità. Le difficoltà di vivere una vita aperta e indipendente (a livello economico ed emozionale) da lesbica sono un qualcosa di prezioso da scoprire anche per l’Italia, paese in cui l’omosessualità è ancora largamente misurata in base ai valori cristiani. Ho capito allora che ci doveva essere una sorta di esperienza globale condivisa, indipendente dalle influenze delle varie nazionalità, economie e religioni.

Discutendone con amici della mia generazione la voglia di realizzare il libro si è poi concretizzata. Come persona la cui prima convinzione è il diritto ad essere completamente se stessi, senza che questo danneggi noi o gli altri, ho iniziato a voler condividere dei frammenti della mia vita. Snapshots, se preferite…