Il Becco Giallo

Pillole di giornalismo disegnato a cadenza (circa) settimanale, il martedì.

ENTRE PITOS Y FLAUTAS – CAPITOLO 4

Torna Oscar Noble, illustratore uruguaiano che vive a Barcellona e nostro ospite per un progetto di mobilità internazionale organizzato da Xena – Centro Scambi e Dinamiche Interculturali, per continuare a raccontarci a fumetti cosa sta succedendo nella politica Spagnola.
Questa è la quarta delle 10 puntate che ci aiuteranno a comprendere meglio l’attuale situazione politica iberica e a prepararci a capirne i prossimi sviluppi.
Trovate qui le puntate precedenti.
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Entre pitos y flautas
Cronache dalla crisi spagnola
Capitolo quattro:
Nuove prospettive
di Oscar Noble

se fossi in voi – dedicato ad emmanuel namdi

Testi e disegni di Paolo Castaldi.

 

Emmanuel Chidi Namdi, 36 anni, era fuggito con la moglie 24enne Chinyery dalla Nigeria, trovando ospitalità presso il seminario di Fermo.
Una coppia che scappava dalle violenze di Boko Haram in Nigeria, una coppia che era arrivata in Italia per rifarsi una vita lontano dagli orrori di quello che è stato definito “l’islamic state nigeriano” e che voleva trovare pace nell’Europa della civiltà e dei diritti.
Tutto questo non è successo.
Sono stati picchiati selvaggiamente da un ultrà di estrema destra mentre passeggiavano per strada.
Ha dato della scimmia alla povera  Chinyery e Emmanuel ha osato reagire.
Ora Emmanuel è morto, ammazzato a forza di botte.

Paolo Castaldi lo ricorda con queste tavole, dense di rabbia nei confronti di chi odia senza motivo e di chi pensa che una morte valga meno di altre.

 

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“Il caso Seveso, era un caldo sabato di luglio” – 40 anni dall’incidente di Seveso

di Francesca Cosi, Alessandra Repossi e Sara Antonellini

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Sabato 10 luglio 1976, bassa Brianza. Poco dopo mezzogiorno, nella fabbrica ICMESA di Meda, che produce sostanzee chimiche per diserbanti e antibatterici, si verifica un incidente: una nube si riversa sul territorio di Seveso e nei comuni limitrofi, e fa morire in pochi giorni animali e piante oltre a provocare danni gravi alla salute delle persone. La popolazione vive giorni di angoscia, poi arrivano le prime ammissioni agli esperti: la nube contiene diossina, una sostanza ancora poco studiata ma fra le più tossiche al mondo.
Questa è la storia dell’incidente di Seveso – insieme a Chernobyl e Bhopal tra i più gravi disastri ambientali causati dall’uomo – e di tutto ciò che è successo dopo.

“[…]E comunque all’Icmesa non si inquinava: parola di Givaudan Hoffman La Roche. Proprietari che vivevano in Svizzera. Dove ordine e pulizia sono valori sacri. E per gli ansiosi da presunto inquinamento c’era sempre il Valium (marchio registrato), perché Hoffman La Roche teneva (e tiene ancora) alla salute. E al profitto, naturalmente. L’ultimo mio ricordo è legato al periodo successivo e non può essere collocato in un periodo preciso. Almeno nella mia mente. Un ricordo fatto di divise e tute. Erano quelle dei soldati chiamati a pattugliare la zona più contaminata, la famigerata zona A.”

Dalla prefazione di Massimiliano Fratter, direttore del Bosco delle Querce di Seveso e Meda

 

Dal 7 luglio in libreria.

E c’è ancora della strada da fare – L’introduzione di Giorgio Olmoti a “41 colpi”

5 luglio, Milano, San Siro.
16 luglio, Roma, Circo Massimo.

Il Boss torna a calcare le scene in Italia 35 anni dopo l’uscita del disco doppio “The River”.
Cogliamo l’occasione per riproporvi uno scritto di Giorgio Olmoti, più precisamente il testo che apre “41 colpi, omaggio illustrato alla poetica di Bruce Sprengsteen” di Marco Peroni e Riccardo Cecchetti, che racconta di come Giorgio abbia conosciuto quest’ uomo del New Jersey grazie alle note incise sui nastri delle musicassette che uscivano da quei “radioni” che hanno segnato gli anni ’80.

Un omaggio sentito, sincero e prezioso di chi la musica non l’ha solo ascoltata ma l’ha vissuta e fatta sua. Ci auguriamo che possiate apprezzarlo tanto quanto noi.

Alcune tavole in anteprima di “41 colpi” potete trovarle qui sul nostro shop on line, insieme al volume in sconto e ad una sua breve descrizione.

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E c’è ancora della strada da fare

di Giorgio Olmoti

Autostrada Milano Venezia. Notte fonda. La moto si lascia inghiottire dal buio e il mondo, almeno quello che posso credere esista ancora del mondo, è tutto concentrato nel triangolo di luce gialla proiettato dal mio faro. “Mister state trooper please don’t stop me”. Sono i versi della canzone che corrono dentro il mio casco la notte, durante i viaggi lunghi. Parlando con gli altri motociclisti scopri che la maggior parte cantano mentre guidano, soprattutto durante i tragitti lunghi. Del resto andare in moto è in ogni caso confrontarsi faccia a faccia con se stessi, che altri interlocutori non ce ne sono anche quando hai un passeggero a un tiro di spalla. E allora hai il tempo di raccontarti le tue storie, di prendere la misura della memoria e di lasciare che passione, emozioni e follia giochino sul ciglio dell’attenzione che la strada pretende. E a un certo punto cominci a ripetere “Mister state trooper please don’t stop me”. Un mantra da ripetere a casco aperto, lasciando che l’aria ti soffi su quei versi a fior di labbra, perché quando canti in moto basta il gesto delle parole, tanto i suoni, tutti i suoni possibili, sono già ostaggio del motore. Sull’autostrada in quel momento, malgrado la notte avanzi, c’è molto più traffico del solito e mi immagino siano tutti reduci dalla mia stessa serata e forse non è nemmeno un’idea così balzana. Siamo a cavallo tra il 19 e il 20 aprile del 1999, ci stiamo spendendo le ultime lire prima dell’arrivo della moneta unica e non ne abbiamo grande consapevolezza. Stiamo finendo anche i giorni di un secolo e di un millennio e, a parte vaghe nozioni di un imminente collasso delle tecnologie che si rivelerà piuttosto la formula moderna del millenarismo medievale, anche di questo passaggio portiamo addosso vaga consapevolezza. Quella sera lì a Milano c’è stato il concerto di Bruce Springsteen che per questa tournée ha rifatto corpo unico con la leggendaria E Street Band, per la gioia di milioni di appassionati e per la mia in particolare.

La prima volta che incontrai Bruce Springsteen mi portavo addosso i miei quindici anni, che so ricordarmi per l’odore di miscela del motorino che mi serrava la maglietta in una morsa fatale che probabilmente contribuiva a tener lontane le ragazze. Tutti noi dei palazzi avevamo qualcosa che teneva lontane le ragazze ma non avevamo percezione di cosa fosse. Probabilmente erano i palazzi stessi a formare una sorta di triangolo delle Bermuda delle passioni, inghiottendo ogni nostra possibilità.

Tenevo in mano un paio di cassette C90 vergini e mi trovavo nel salotto dell’amico ricco, quello che comprava i dischi a decine e centinaia per il bell’esercizio di potere che attivi quando puoi comprare sempre e tutto. Quella era una stagione confusa dal punto di vista delle scoperte e i cantautori e il punk s’accoppiavano in razza bastarda nelle mie cassette. Lo stereo non ce l’avevo ma m’ero comprato un radioregistratore, radione dicevamo noi che ignoravamo quanto sarebbe stato più figo chiamarlo ghetto blaster, e le cassette giravano tutto il giorno a pieno regime. Ne avevo anche di originali. Ma tutto questo, il pugno di terra in cui potevi tenere il mio mondo e ci stava comodo, in quel momento non esisteva. Lui mi stendeva le copertine sul divano e mi mostrava gli ultimi acquisti. Il valore di quella merce sembrava essere proprio il lasso temporale che correva dall’arrivo nelle vetrine del negozio alla planata nei suoi scaffali. L’ultimo disco di qualcuno era sempre il più ambito. Come se da lì a poco solo l’apocalisse. Senza sospettare che la morte di quel mondo di vinile premeva davvero alle porte, convinti che quel nostro mondo sarebbe stato per sempre. Per sempre i palazzi, i motori che ti sporcavano le mani e il campetto col pallone e le risse e quella maledetta voglia. Tutto stava anche in quelle canzoni e ancora non lo sapevo e mai avrei immaginato che quelle notti nostre con le gare nei viali vuoti e qualche birra calda sul muretto avrebbero avuto altra dignità se ricollocate in una Jungleland di competenza. L’avessi saputo che le mie notti avevano diritto d’essere portate dal sax dell’uomo gigante. Un disco che si intitola Born to Run di primo acchitto mi incuriosisce, che quella faccia è roba che so misurare d’istinto. Poi leggo sull’angolo e c’è una scritta in italiano che recita qualcosa come Il nuovo Bob Dylan, e penso che se uno è disposto a farsi scrivere una cosa così sul suo disco è uno loffio che non merita di riempire un lato delle mie cassette. Passo a un altro disco ma mi resta un dubbio.

Ci sono dei lampeggianti blu e macchine con le doppie frecce. Scalo un paio di marce della moto, anche lei un sogno americano. Guido una Moto Guzzi California, per la memoria di mio nonno e mio padre che guidavano con lo stesso stemma sul serbatoio e per la memoria di un sogno che anche le canzoni di Springsteen mi hanno regalato e che m’ha fatto sentire che nei miei gesti di tutti i giorni, dalla fatica alle notti a correre su una lingua di asfalto, c’era racchiusa tutta la poesia possibile. Qualcuno si è schiantato e a giudicare dal groviglio si sarà già scordato di respirare. Magari era stato anche lui, o lei, o loro, al concerto. Le macchine si accatastano in fila asmatica e io passo con la moto che borbotta a filo di sportelli e tensione.

Un giorno me ne stavo sdraiato sul letto in camera e su Linus leggo di questo tizio che è poi lo stesso della copertina che bocciai a casa dell’amico di cui sopra. The River, si intitola il disco di cui parlano. Addirittura un doppio. La faccia in copertina è quella lì e sento che devo fidarmi. L’acquisto di un disco doppio per me all’epoca era uno sforzo mica da ridere. La cassetta originale, lo dico ormai solo per i cultori del genere, non era doppia come il disco. In un nastro solo ci stava dentro ficcato tutto quel fiume di storie che mi ha cambiato la vita. Anche a partire da quelle canzoni ho capito che non importava che lavoro facevi e che cosa succedeva nella tua vita perché quello che contava davvero era l’attenzione, le storie minime che a saperle raccontare erano il nesso plausibile per cercare di darti una ragione di questo fatto che siamo al mondo e cadiamo e ci rialziamo e piangiamo e ridiamo e crepiamo comunque. Springsteen quella lezione l’aveva imparata a sua volta dai maestri suoi, gli stessi che, a partire da Woody Guthrie, deciderà un giorno di regalarci come fa lui entrando nella tua vita e lasciando quasi per caso un capolavoro sul tavolo della cucina. E mi ero sforzato di ficcarmi in quel sogno di storie e emozioni ridando un senso alla mia estetica e sognando una Pink Cadillac anche se mi sarei ben guardato dall’andare in giro con un 131 Mirafiori dipinto di rosa per le strade del mio quartiere. Quelle canzoni stavano diventando cosa condivisa e a diciassette anni mi ritrovo sbalzato a seicento chilometri dai miei palazzi in una nuova strada, in una nuova scuola e nuovi amici da conquistare e sempre quelle maledette voglie e passioni addosso e il muro della diffidenza l’ha rotto per me il vecchio Bruce. Nebraska in quei giorni, uno dei miei preferiti, con i versi da portare scritti a penna sulla borsa di tela. Mister state trooper please don’t stop me. Comincia lì anche questa storia. Ma quelli erano già i giorni di Born in the USA, che poi lo scopriremo che le canzoni di quei due dischi erano arrivate tutte insieme e divise tra solitudine e band. Pivello, mi permettevo di fare quello della vecchia guardia e scuotevo il capo e dicevo che quella roba lì era paccottiglia e invece di nascosto mi piaceva ma era la stagione che le femmine cominciavano a essere a tiro di sorriso e uno un tono se lo doveva dare. Poi c’era quella bandiera americana e Ronald Reagan che strizzava l’occhiolino suo da attore naufragato e signore del mondo che affonda. Avessi solo prestato migliore attenzione a quel testo in apertura, con l’urlo d’essere nato in quel paese che dentro di me era un’idea che combatteva tra sogni e diffidenze.

Al concerto di Milano non ci sono andato da spettatore. Per anni uno dei miei mille lavori era stato schiantarmi di fatica come facchino e come sicurezza ai concerti. Un modo come un altro per portarmi dei soldi a casa e per vedermi qualche concerto con gli amici. Quando Springsteen arriva in Italia alla testa della E Street Band voglio esserci e voglio stare davanti, dentro, ficcato il più possibile in quel frammento di storia. Telefono a Franco e gli chiedo se lui e i suoi lavorano per quella data. Da giurarci. Chiedo di essere del gioco. Chiedo che nella retribuzione ci entri anche un biglietto per Stefania. E così partiamo in direzione Milano, verso il palaqualcosa. La carovana è già lì e iniziamo a lavorare dalla mattina. Ste resta fuori e se la gira mentre noi ci organizziamo. Il pass che mi consente di entrare dove voglio ce l’ho lì, appeso ancora oggi davanti alla scrivania. Quel giorno si fatica e mi camallo con un roadie americano il contrabbasso di Gary e lo porto sul palco. Custodia bianca rigida. Ci hanno dato delle magliette gialle. Poi devono fare le prove e salgono tutti sul palco e suonano per noi che la sera lavoreremo e ora stiamo lì, un pugno di sgangherati, con il mento appoggiato alle tavole polverose. E ci fanno un concerto tutto per noi e ci scappa pure una versione tutta filata proprio di Jungleland, con tanto di assolo potentissimo. Quel giorno sono caduto nel pentolone della pozione magica di quelli del New Jersey e da lì in poi potrei vivere senza un altro concerto per tutta la vita.

Siamo al 1987 e esce Tunnel of love. Sono tutti in fermento alla radio dove lavoravo e lavoro anche oggi ma il disco esce di mercoledì e la sera tocca a me e tutti se lo immaginano che terrò in piedi la serata a farlo sentire tutto. Il pomeriggio vado al negozio che mi passa i dischi in cambio della pubblicità, lo prendo e me lo porto a casa. Le canzoni scorrono e io mi rigiro la copertina e non ci posso credere. Mi sento tradito. Quel disco non mi dice niente. La sera, con i telefoni che squillano impazziti e la gente che mi maledice per non aver mantenuto la promessa, faccio sentire un vecchio bootleg. Quel disco non mi è mai piaciuto e i due che seguiranno ancora meno. Toccherà al fantasma di Tom Joad invitarmi al loro tavolo di nuovo ma capita in tutte le storie tra vecchi amici, che a me gli adepti di qualsiasi cosa mi sono sempre stati sulle balle. E a proposito di tavoli anni dopo, ho cambiato mille case e città in onore alla mia generazione flessibile e sono alla fine capitato a Torino. Succede che sempre più spesso nel mio lavoro che fa battere il tempo della storia con quello delle fotografie e del cinema e della canzone e del fumetto mi capita di incontrare gente che mi chiede se conosco Marco Peroni. Ogni volta dico che ho letto le sue cose ma non ho mai avuto il piacere e tutti a dirmi che dovrei proprio perché c’è qualcosa di indefinibile che ci accomuna. E un giorno di aprile ci ritroviamo in un giardino toscano faccia a faccia, mentre si festeggia un compleanno e anche a lui gli hanno fatto quel giochetto ripetuto del conosci mica Giorgio Olmoti? No? Dovresti. I presupposti perché ci si stia antipatici a vicenda ci sono tutti e stiamo lì uno di fronte all’altro, perché anche qui c’è gente che crede che sia vitale che noi due ci si parli. Certo che sappiamo reciprocamente chi siamo. Mangiamo e beviamo, ci troviamo su quel gesto di riempirci il bicchiere a vicenda e a un certo punto proviamo a parlare. “Tu di cosa ti occupi?” mi chiede lui “Sono un motociclista, arrivo dalle parti del Friuli” “Io gioco da terzino dalle parti della Valle d’Aosta”. Siamo scoppiati a ridere e da lì a scoprire che davvero eravamo legati a filo doppio dalle passioni e dalla stessa colonna sonora c’è voluto pochissimo. Abbiamo fatto libri insieme e lezioni all’università e seminari e spettacoli e soprattutto serate in bilico sulla surrealtà che domina la nostra sfera più intima. Circondati sempre da amici. Riccardo Cecchetti per esempio disegnava per Frigidaire, la rivista più importante di fine millennio e in quelle pagine correvano anche le mie parole sulla musica. Ci conoscevamo senza sospettarci. Com’è piccolo il mondo direbbe qualcuno. Com’è stupido il mondo scapperebbe da dire a noi. E ora Marco e Riccardo sono qui a raccontare una storia che non ha il vizio celebrativo delle discografie ben compilate che troverete ovunque ma parla tagliando a fetta sottile le nostre emozioni con l’invenzione di un personaggio che sprigiona dalle canzoni che conoscete come un genio dalla lampada. A ricordarci che la Storia maiuscola forse non esiste. Esistono piuttosto le storie e quella si che è roba nostra.

Sto lì mentre sistemano l’organo di Danny e pare che agli altri lì attorno non gliene freghi niente. Arriva Franco e mi chiede se posso andare con lui. C’è una stanza e c’è da fare la guardia a una cosa, una cosa sola, e questo quasi fa ridere tutti. Io non rido. Quella Fender lì la conosco segno a segno, l’ho annusata dalle copertine dei giornali e sfiorata nelle fotografie sui giornali e mi mettono lì e mi dicono di non far avvicinare nessuno. I figli di Bruce e Nils sfrecciano con lo skate nei corridoi dei camerini e l’aria è quella della vita attorno al tendone del circo. Un circo dell’Arkansas penso io. Ho la sensazione che di me e della mia passione, che mi ficca una maledetta vertigine dritto nella nuca, qualche cosa si intuisca. Divento amico del responsabile del servizio di palco, un omone barbuto che un giorno scoprirò essere un pezzo fondamentale di quella storia e di lui ora resta la memoria, come per quelli che li fanno e buttano via lo stampo dice una canzone. Vabbè, quell’omone quando tornerà in Italia si ricorderà di me e telefoneranno a Franco per chiedergli, incuriositi anche loro, chi era quello lì della chitarra che ora gli americani lo rivogliono. Quello lì della chitarra era impegnato a vivere e aveva una ragazza da amare follemente e inseguire e un figlio in arrivo e a Genova non c’è andato, perdendo il salto per salire al volo sul treno del sogno ancora una volta. Franco dal canto suo è l’unico testimone del mio pomeriggio con quella benedetta chitarra, sempre sia sognata, e davanti agli altri tutte le volte che la racconterò negherà ridendo. Sono anni che ho smesso di raccontarla questa storia e quando siamo soli io e lui mi prende in giro e mi dice che morirà portandosi il segreto nella tomba. Va bene così dico io, ci siamo abituati. E c’è ancora della strada da fare.


Giorgio Olmoti è nato nel 1965 e ha vissuto in giro per il mondo. Attualmente vive a Torino e in un bosco sopra Attimis, in provincia di Udine. Ha fatto mille mestieri ma alla fine ha trasformato in un lavoro la sua ossessione per la pagina, la narrazione, la fotografia, la musica, il cinema e il fumetto.

Questo è il suo blog: http://giorgioolmoti.blogspot.it/

I politici? Nel pallone! – Tiki Taka, cronaca di una partitaccia

In attesa del prossimo episodio di “Entre Pitos y Flautas“, ecco un simpatico e sottile intermezzo per la serie “I politici? Nel pallone!”, concepito dal nostro amico Oscar Noble durante la visione di Italia-Spagna negli spazi del Festival di Radio Sherwood.
Buona visione!

Potete visualizzare o scaricare il file in PDF e in qualità migliore qui: [PDF-tiki-taka]

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Ed ecco il nostro Oscar che si gode la partita sul megaschermo dello Sherwood festival!

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Oscar Noble sul web:

ENTRE PITOS Y FLAUTAS – CAPITOLO 3

Nuovo appuntamento con il reportage di Oscar Noble, illustratore uruguaiano che vive a Barcellona e nostro ospite per un progetto di mobilità internazionale organizzato da Xena – Centro Scambi e Dinamiche Interculturali, che ci racconta cosa sta succedendo nella politica Spagnola.
Oscar ce lo spiega nel modo che preferisce: a fumetti.
Ecco la terza delle 10 puntate che ci aiuteranno a comprendere meglio l’attuale situazione politica iberica e a prepararci alle elezioni spagnole del prossimo 26 giugno.
Trovate qui il link della prima puntata, e qui della seconda.
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ENTRE PITOS Y FLAUTAS – CAPITOLO 2

Torna il reportage di Oscar Noble, illustratore uruguaiano che vive a Barcellona e nostro ospite per un progetto di mobilità internazionale organizzato da Xena – Centro Scambi e Dinamiche Interculturali, che ci racconta cosa sta succedendo nella politica Spagnola.
Oscar ce lo spiega nel modo che preferisce: a fumetti.
Ecco la seconda delle 10 puntate che ci aiuteranno a comprendere meglio l’attuale situazione politica iberica e a prepararci alle elezioni spagnole del prossimo 26 giugno.
Trovate qui il link della prima puntata.

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Entre pitos y flautas pt.2
Cronache dalla crisi spagnola
Capitolo due:
Podemos o no podemos?
di Oscar Noble

[Download PDF-4,20 mb]

Oscar Noble sul web:

Entre pitos y flautas – Capitolo 1

L’ascesa di Podemos prima e di Ciudadanos poi, le faide interne al Partito Socialista nel dopo Zapatero, il fallimento di Rajoy e le inchieste sulla corruzione che coinvolgono il Partito Popolare, il pressing dell’Europa e Angela Merkel, la questione dell’indipendenza della Catalogna, l’assenza di un Governo da oltre cinque mesi: cosa sta succedendo in Spagna?
Abbiamo chiesto a Oscar Noble, illustratore uruguaiano di stanza a Barcellona e nostro ospite per un progetto di mobilità internazionale organizzato da Xena – Centro Scambi e Dinamiche Interculturali, di aiutarci a sbrogliare una complicata matassa: ecco la prima di 10 puntate realizzate in diretta, una finestra spalancata sulla politica e la società spagnola, per provare a capire cosa è accaduto e cosa potrebbe succedere in Spagna in vista delle prossime elezioni che si terranno il 26 giugno.
A partire da oggi, una volta a settimana su questi schermi.
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Entre pitos y flautas
Cronache dalla crisi spagnola
Capitolo uno:
Todo cambia?
di Oscar Noble
[Download PDF – 7 mb]
Oscar Noble sul web:

Pithekussai – Compita, laboratori di scrittura mimetica

Il 20 aprile presso l’Istituto superiore Pitagora di Pozzuoli (NA) nell’ambito del progetto Compita, laboratori di scrittura mimetica, Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, autori di Primavere e Autunni, hanno tenuto un laboratorio finalizzato alla realizzazione da parte di un gruppo di studenti di un e-book ispirato alla versione .epub di Primavere e Autunni.

I ragazzi hanno letto e analizzato insieme alla professoressa Brunella Basso Primavere e Autunni in versione digitale, dopodiché – partendo dalle loro storie personali – hanno provato a scrivere un breve racconto e a fornire una traccia visuale fatta da fotografie principalmente scaricate dalla rete.

L’ebook è stato realizzato, pagina per pagina, insieme a loro spiegandogli come erano state utilizzate le varie possibilità di interazione per trasporre in digitale Primavere e Autunni.

Di seguito pubblichiamo lo storyboard definitivo della loro storia, intitolata Pithekussai (antico nome greco di Ischia) prima della realizzazione del vero e proprio .epub.

Compita è un progetto finanziato dal Ministero dell’Istruzione.

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