Interviste

#ScusateIlDisturbo: BeccoGiallo si tinge di Rosa!

Cosa pensano le lettrici dei nostri fumetti?

Di solito – se guardiamo ai numeri crudi – il fumetto è molto maschio. In questi anni però abbiamo avuto la fortuna di incontrare tante lettrici appassionate, e abbiamo pensato di dedicare a loro questa nuova puntata di #scusateildisturbo.

Ecco a voi le opinioni di Giada, Agnese, Monica, Emanuela e Armida, che ci raccontano da vicino le loro sensazioni su alcuni dei nostri libri.

Grazie amiche, e grazie a Sara Mazzuccato e Alessandro Pedrocco per le interviste!

Tre domande agli autori di Mario Lodi

Riprendiamo alcuni momenti dell’intervista a Alessio Surian e Diego Di Masi, autori di “Mario Lodi – Pratiche di libertà nel paese sbagliato“, che abbiamo svolto “in diretta” durante uno streaming utilizzando Google Hangout.
Un approfondimento sulle pratiche di libertà nel paese sbagliato, che con alcune brevi risposte ci aiutano a capire meglio la figura del maestro di Piadena.

L’invasione degli scarafaggi… a teatro!

Ha debuttato il 16 marzo a Carbonara (Bari) lo spettacolo di marionette tratto da L’invasione degli scarafaggi – La mafia spiegata ai bambini, di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso.

Per l’occasione abbiamo voluto rivolgere una domanda a Lelio Bonaccorso su che impressione ha avuto nel vedere trasposti i suoi disegni in uno spettacolo di marionette.

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Marco Rizzo ospite di Concita de Gregorio a Pane Quotidiano

A Castelgallo, un colorato paese affacciato sul mare e abbracciato dalle montagne, si è diffusa una strana malattia. Gli abitanti hanno cominciato a trasformarsi in disgustosi scarafaggi. Ma c’è un filo conduttore tra le vittime di questo morbo: tutti hanno compiuto degli atti criminali, piccoli e grandi. Spetterà a un giovanotto coraggioso, Alberto, ricordare ai suoi compagni e agli altri abitanti di Castelgallo che è possibile combattere quella malattia… e che anzi, conviene! (altro…)

Giovani BeccoGiallo crescono

 

Una piccola intervista a Sara e Nicolò: due giovanissimi disegnatori BeccoGiallo, entrambi usciti dalle scuole comics ed autori – insieme agli sceneggiatori Luca Amerio e Luca Baino – del fumetto L’AQUILA 3.32, dedicato al terremoto del 2009 e al dibattuto post-terremoto.

Entrambi gli autori sono con noi a Lucca Comics & Games, e speriamo che la loro esperienza di studenti ora fumettisti a tutto tondo sia di incoraggiamento a chi sta facendo lo stesso percorso.

1. In poche parole, raccontate com’è essere uno “studente di fumetto”?
NICOLÒ: Non è sempre facile e in diverse occasioni risulta anche piuttosto faticoso. Ma in sé è qualcosa che racchiude due delle cose che amo fare di più: disegnare e inventare storie; mi fa sentire gratificato vedere un mio lavoro finito (sebbene io diventi subito dopo molto autocritico, ma questo credo valga per chiunque) e sapere che qualcuno possa emozionarsi a leggerle.

SARA: Essere uno studente di fumetto è un’esperienza unica e personale, non impari nozioni generiche scritte su libri ma assimili e applichi le conoscenze di tutti coloro, colleghi e maestri del fumetto, che ti circondando, giorno per giorno. È un percorso che affronti da solo ma al contempo assieme a quelli che lo stanno percorrendo in parallelo, non in competizione ma praticamente a braccetto. Non smetterai mai di essere uno “studente di fumetto”, più che altro perché tu stesso non smetterai mai di ritenerti tale, ed è proprio questo il bello.

 

2. Come è nata l’avventura con BeccoGiallo?
NICOLÒ: Quando incontrai Federico Zaghis all’esame finale del corso di fumetto all’Accademia Internazionale di Comics di Torino, in cui presenziava come commissario esterno: a quanto capii, gli piacque il mio stile. Mi rincontrò alla fiera del fumetto di Lucca nel 2013 per lasciarmi i suoi contatti e qualche mese dopo mi propose di disegnare una storia per loro.

SARA: È stato un colpo di fulmine, saltando i primi appuntamenti e anche i primi baci: un giorno mi sono svegliata con in mente di passare un’estate tranquilla e mi sono addormentata con in testa tutto un programma di scadenze. Un messaggio inaspettato con una richiesta importante da parte di Luca Baino e tempo ventiquattr’ore ero dentro. Fantastico!

 

3. Come è stato, a livello tecnico ed emotivo raccontare a disegni una cosa delicata come il terremoto e post-terremoto di L’Aquila?
NICOLÒ: All’inizio è stato complicato, perché prima non avevo mai lavorato su fatti di cronaca, ma ho cercato di essere il più fedele possibile nelle rappresentazioni della città, specie per le zone principali (la piazza del Duomo e le tendopoli, ad esempio): era necessario, sia ai fini della storia che, e soprattutto, per rispetto agli aquilani. Stessa cosa dicasi per l’aspetto emotivo: sebbene il mio sia un punto di vista del tutto esterno spero di aver rappresentato al meglio anche quest’ultimo.

SARA: Ammetto di non essermi informata in precedenza sull’accaduto, se non visualizzando le notizie che passavano sotto gli occhi di tutti (quindi la punta dell’iceberg): durante la lavorazione, come la storia e i personaggi si evolvevano, io stessa venivo trascinata nel vortice degli eventi. Una delle difficoltà maggiori che ho avuto è stato il timore di non rendere il giusto onore attraverso il disegno, è stata dura dichiarare “finita” ogni tavola. Non voglio essere ipocrita e definirmi ora attivamente coinvolta nei fatti, ma di sicuro la vicenda mi ha lasciato una traccia che difficilmente dimenticherò.

 

 

I molteplici volti dei centri sociali italiani, oltre gli stereotipi

“Auspico che tutti i candidati a sindaco della città si esprimano sulla volontà di chiusura del centro sociale, ancora oggi centro di illegalità.”

Queste parole, proferite da un Assessore provinciale alla sicurezza, risalgono a meno di dieci giorni fa: rappresentano l’idea che più o meno consciamente l’opinione pubblica si è fatta rispetto all’universo dei centri sociali. Una realtà dinamica e mutevole, discussa e attivamente presente nelle cronache nazionali e locali ma che nella maggioranza dei casi è conosciuta solo tramite ciò che i mass media decidono di raccontare.

 

 

Claudio Calia, autore e militante, ha realizzato una guida a fumetti per accompagnarci alla scoperta di queste realtà autogestite, oltre lo stereotipo: un viaggio a tappe che offre i cenni storici fondamentali e le principali coordinate territoriali per orientarsi e scoprire le lotte e le iniziative culturali, le persone e le proposte che formano il vero volto dei centri sociali del nostro Paese.
Il volume è corredato di un inserto fotografico a colori ed è arricchito da una prefazione, naturalmente a fumetti, di Zerocalcare.

Il volume è attualmente disponibile in libreria oppure, con il 15% di sconto, sul nostro store online.

Intervista inedita a Pietro Orlandi, a 30 anni dalla scomparsa di Emanuela

Pietro Orlandi è il fratello di Emanuela, scomparsa senza un perché, o con troppi perché, il 22 giugno 1983. Da quel giorno lotta per la verità tra silenzi, depistaggi e indifferenza. Alex Boschetti l’ha intervistato per chiudere il racconto a fumetti di quella vicenda con la sua testimonianza, andando a esplorarne tutti gli aspetti. Ne riportiamo qualche stralcio significativo:

Di fatto [a Papa Ratzinger] è stato impedito [di parlare del caso], ma questo certo non giustifica il suo comportamento.
Nel 2008 a 25 anni dal rapimento gli fu chiesto di ricordare Emanuela con una preghiera durante l’Angelus. Il Papa allargò le braccia e disse “devo chiedere”, e naturalmente durante l’Angelus non disse nulla. Di recente in occasione delle due manifestazioni a San Pietro, aspettavamo una sua parola ma dalla Segreteria di Stato lo sconsigliarono di fare accenno al caso proprio perché io parlavo di omertà del Vaticano (il documento della Segreteria di Stato è riportato nel libro di Nuzzi).
Ratzinger ai tempi del rapimento era uno stretto collaboratore di Giovanni Paolo II, si intrattenevano spesso a cena insieme, dubito che non abbiano mai parlato di questa vicenda e io sono convinto che Wojtyla fosse a conoscenza di quanto accaduto ad Emanuela.

Se il Vaticano ha assunto un certo tipo di atteggiamento per trent’anni cercando di far dimenticare questa vicenda è perché evidentemente la verità è così pesante per la Santa Sede che preferiscono subire le critiche dell’opinione pubblica piuttosto che impegnarsi per fare emergere la verità. Emanuela purtroppo è un tassello di un sistema di ricatti che coinvolge persone interne ed esterne al Vaticano. Io non conosco i responsabili del sequestro, ma sicuramente chi ha occultato e continua ad occultare la verità sulla scomparsa di Emanuela.
È un “sistema” che coinvolge Stato, Chiesa, Mafie e Massoneria e sicuramente la sepoltura di De Pedis nella Basilica di Sant’Apollinare è un esempio eclatante di questo legame. Sepoltura mai chiarita né da parte dello Stato vaticano né di quello italiano. C’è un filo che lega la morte di Papa Luciani, l’attentato a Giovanni Paolo II, la morte di Calvi e la scomparsa di Emanuela.
L’omertà del Vaticano è sempre stata sostenuta nel tempo da uno Stato italiano sempre più succube del potere della Chiesa. Non ho mai incontrato nessuno, in Italia, a cominciare dai politici, dalla destra alla sinistra, disposto a dire e fare cose che possano mettere in difficoltà i propri rapporti con la Santa Sede, perché, alla fine, il Vaticano fa comodo a tutti e tutti fanno comodo al Vaticano.

Secondo me, se la Banda della Magliana e in particolare De Pedis hanno avuto un ruolo in questa vicenda, è stato un ruolo di manovalanza. Sicuramente i mandanti sono altri. Credo che ad un certo punto si volesse chiudere con una verità parziale: Emanuela morta in una betoniera e unici responsabili, entrambi morti, De Pedis e Mons. Marcinkus. In questo modo si proteggeva chi doveva essere salvato e che probabilmente occupa ancora oggi posti di rilevanza all’interno di istituzioni vaticane e non solo.
Se si fosse trattato, come qualcuno asserisce, di una questione semplicemente economica tra Banda della Magliana e Vaticano, io credo sarebbe stata già chiusa da tempo e sicuramente il Vaticano sarebbe riuscito a scrollarsi dalle spalle questo peso che li costringe ad un atteggiamento ambiguo da 30 anni.

Emanuela Orlandi, il libro a fumetti

Festa delle Donne? La storia di Carmela Cirella

Io so' Carmela

8 marzo, festa della Donna. Ma cosa c’è da festeggiare? Ne abbiamo parlato con Alessia Di Giovanni, che ha sceneggiato con disegni di Monica Barengo “Io so’ Carmela“, la storia di Carmela Cirella, abusata dagli uomini e ignorata dalle istituzioni.

Qual è la situazione attuale delle donne in Italia?
Io sono cresciuta in una famiglia dove mio padre avrebbe preferito avere un figlio un maschio e non una femmina, ma appartengo a una generazione per cui uomo equivale a donna. Scelgo chi sono, cosa e chi mi piace essere. Non ci sono ruoli precostituiti uomo-donna. Io divento quello voglio. È la forza della cultura. Non sono obbligata a stare in coppia, ad avere figli, a essere di supporto di un uomo. Ecco, qualunque sia la mia scelta di vita come persona, però, lo Stato deve sostenermi. Se, per esempio, voglio avere un figlio, dovrei poterlo avere, non rinunciare alla maternità perché non saprei come mantenerlo o come prendermi cura di lui perché sono costretta a smettere di lavorare. Chiediamoci perché ci sono pochi ruoli di potere effettivo in mano a donne. Ecco: è su quel perché che si dovrebbe cominciare a lavorare.

Quando la violenza colpisce le donne, dov’è lo Stato?
Sembra esserci una voragine la donna che denuncia la violenza e le istituzioni a cui si rivolge. Per una donna è come entrare in un secondo incubo. Se denuncio chi mi ha strappato tutto quello che sono e che ero e che sarò, davanti mi ritrovo un muro fatto di assistenti sociali di cui ignoro la competenza e un processo che durerà anni e anni, alla fine dei quali non so neppure se mai otterrò giustizia. È surreale che dopo aver subito un abuso, quando una donna ha perso tutto, si ritrovi a lottare anche per difendersi da chi per legge dovrebbe aiutarla. Bisognerebbe avere una forza che si è appena persa. Come è successo a Carmela – che giovanissima non ha retto a questa situazione e si è suicidata. Attualmente l’unico aiuto concreto e attivo per chi subisce abusi sono i centri antiviolenza. Per questo abbiamo scelto di elencarli in fondo al libro. È uno strumento per le donne.

Perché è importante raccontare e non dimenticare una storia come quella di Carmela?
Dopo le ripetute violenze Carmela e la famiglia di Carmela si sono affidati allo Stato, alle Istituzioni, alla Polizia, ai Servizi Sociali. Si sono affidati a uno Stato che li ha traditi a più livelli: prima non hanno creduto alla sua storia, poi l’hanno trattata con sufficienza. E Carmela ha visto in quell’atteggiamento la conferma della sua solitudine di fronte a una montagna gigantesca che NON poteva superare da sola. La montagna della sua violenza. Come se fosse stata lei a cercare una situazione pericolosa. Come se si fosse trattato di un episodio banale. La cosa peggiore che può succedere a chi subisce violenza è non vedere riconosciuto il completo sconvolgimento che la violenza comporta. È una vita falciata via. Come morire e rinascere in qualcosa che non riconosci.
Non ti appartieni più. Ecco perché è importante tenere sempre a mente la storia di Carmela. Per cambiare le cose. Carmela si è suicidata perché il sistema giuridico e di assistenza sociale in Italia non funziona. La sua morte è un gesto di ribellione nella speranza che il sistema cambi a cominciare dalla cultura della donna e dello stupro.

Te la senti comunque, vista la giornata, di lasciare un messaggio positivo alle donne?
Questo lo dico prima di tutto a me stessa: smettila e smettiamola di etichettare sempre tutto. Come dobbiamo essere, come l’amore, la nostra vita, il nostro lavoro, le relazioni dovrebbero essere. Basta! Siamo noi che decidiamo il significato delle parole del nostro dizionario personale. E la prima parola da cercare nel nostro dizionario è dignità.