Guido a NovaraCerti inviti – per quanto strani – non si possono rifiutare.

È successo a Novara, domenica scorsa.
Colpa di una mail stringata che un giorno arriva in redazione: “Ciao, ci piacerebbe ospitare BeccoGiallo a pranzo per conoscere da vicino il suo lavoro. Possiamo offrire il viaggio in treno, un pranzo preparato con le nostre mani, uno spuntino per il ritorno a tarda sera e un giro in città. In cambio, chiediamo un po’ del vostro tempo. Ah, potete portare un po’ dei vostri libri.”

A Novara, seconda città del Piemonte con meno di 100.000 abitanti, a 50 chilometri da Milano e il doppio da Torino (fate caso all’accento, suona lombardo), patria del Governatore leghista Roberto Cota, un gruppo di giovani amici (studenti, animatori, dipendenti comunali, tecnici informatici, impiegati) del “CEES”, Cene Equo E Solidali, si trova da sempre ogni giovedì nella mansardina dell’abitazione del più vecchio dei partecipanti (poco più di trent’anni) per assaggiare prodotti equi e solidali, oppure fatti in casa, oppure provenienti dal territorio. “Sì, ma per fare cosa in realtà?” chiediamo. “Per stare insieme, per scambiare opinioni, imparare cose nuove, discutere” dicono loro. Lontani dai simboli, lontano dai partiti. “Perché ci va e perché ci piace.” “Ma avete un’associazione?” insistiamo. “No, cambierebbe qualcosa?”.

Semplicemente, ogni tanto ognuno mette un obolo e la domenica si invita qualcuno nella speranza di “rubare qualcosa di buono al prossimo“, come dicono loro.

Il pranzo è informale, e già si comincia a discutere: sui libri, i fumetti, i sogni e il mestiere.
Dopo il caffè si aggiustano le sedie, si accendono pc e proiettore, e si comincia a fare sul serio per almeno due ore, con interventi e domande che non lasciano scampo.

Fino alla foto ricordo. Poi tutti in centro a scoprire vizi e virtù della città di Novara (Arengo del Broletto nel cuore, nella mente piazza Martiri della Libertà diventata un abnorme parcheggio di auto).

Salendo sul treno con lo spuntino del ritorno un’automatica riflessione: se anche questi sono i giovani d’oggi, allora il futuro non può fare paura, perché – magari da lontano non si vede – il presente è vivo (e attivo) più di quanto possa sembrare da qui.