ILVA di Taranto: un aggiornamento con Carlo Gubitosa

Oggi mi hanno chiesto “perchè l’Ilva va chiusa?” e io ho mostrato una foto di Google Maps, dove si vede chiaramente che i cosiddetti “parchi minerali” sono a poche centinaia di metri dalle case più vicine allo stabilimento.

Li chiamano “parchi”, ma sono l’esatto contrario di quello che la nostra mente può associare alla parola “parco”. Sono cumuli neri di metalli e minerali esposti ai capricci del vento, che spazza via tonnellate di polveri per depositarle sui balconi del quartiere tamburi, sui prati che una volta erano pascoli per pecore avvelenate, sulle tombe del cimitero dove nei mille mestieri che si inventano al sud c’è anche il pulitore di lapidi, un signore che per una decina di euro al mese libera i marmi a giorni alterni dallo spesso strato di polvere che li ricopre nel giro di poche ore.

Polvere che viene dal Brasile, polvere che minaccia la salute dei poveri cristi nell’arco di due continenti, polvere che viaggia attraverso l’oceano per poi essere lasciata in balia del vento, polvere che contamina il mare dove non si possono più produrre le cozze, la terra dove non si può più pascolare, l’aria che diventa pericoloso respirare.

Nel frattempo si susseguono i decreti su misura, che rispondono agli interventi della magistratura con una ingerenza politica per rendere legale quello che fino a ieri era illegale, come se l’arbitro cambiasse le regole del gioco ogni volta che una squadra commette un fallo, spostando sempre un passo più avanti il confine tra il lecito e l’illecito. E’ per questo che da anni la legge ha richiesto di mettere al coperto quelle polveri, costruendoci attorno una struttura chiusa, che impedisca alle polveri di viaggiare col vento. Ma la politica ha consentito di rinviare all’infinito la costruzione di questa copertura, che ancora oggi è solo una chimera.

Nel frattempo a Taranto c’è stato il rinvio a giudizio per 47 imputati nel processo Ilva, dove saranno chiamati a rispondere del loro operato anche politici che avevano l’ecologia e la libertà nel nome del loro partito, ma si sono ritrovati invischiati nello sporco dell’industria che non permette di progettare il futuro in libertà, vincolando all’ecomostro siderurgico il destino dei tarantini.

Tante cose si potrebbero raccontare, sulle coltivazioni di canapa industriale che cercano di bonificare il terreno in modo naturale, su una classe politica sempre più inadeguata e autoreferenziale, sull’intreccio tra speranza e rassegnazione, mare e acciaio, natura e inquinamento, vita e morte, futuro e passato che si consuma all’ombra dei camini.

Parafrasando Giovanni Falcone, anche l’Ilva è una cosa umana, e come tutte le cose umane avrà una fine, prima o poi. Per il bene della mia terra e dei miei cari io spero di riuscire a vedere questa fine nell’arco della mia vita, e spero che nel frattempo il maggior numero possibile di persone riesca a prepararsi al “piano B”, alla “exit strategy” per uscire dall’età dell’acciaio come si è riusciti a uscire dall’età della pietra, e proiettarci verso la riconversione industriale, la green economy, la riscoperta della grande ricchezza di una terra e di un mare che abbiamo già sporcato, ferito e umiliato abbastanza.

A Taranto l’81,29% dei cittadini che hanno voluto partecipare alla consultazione cittadina sul tema Ilva chiedono che l’ecomostro siderurgico sia chiuso senza appello, e le associazioni ambientaliste locali chiedono che dopo la chiusura i lavoratori siano ricollocati nel pubblico impiego per le bonifiche o nell’autoimprenditoria, con il sostegno pubblico a progetti di “Green Economy” molto più promettenti dell’ostinata produzione di un acciaio che ormai è sempre meno richiesto.

A copertura dei costi di bonifica e riconversione basterebbero i soldi che ora vengono usati per tenere in vita una azienda decotta e fuori mercato con un accanimento terapeutico governativo che in Europa sarebbe anche illegale, in quanto nel nostro attuale sistema economico sono proibiti gli aiuti di stato alle aziende, che distorcono la concorrenza e il libero mercato.

Come se non bastasse l’inquinamento siderurgico, i fronti della lotta ambientale si stanno moltiplicando, e Taranto sta combattendo con chi vorrebbe sradicare milioni di ulivi in un irrazionale attacco di panico privo di basi scientifiche. E’ stato quasi profetico dedicare il primo capitolo di “Ilva, comizi d’Acciaio” proprio agli ulivi che una volta rendevano verde la terra annerita dalle polveri minerali, quegli ulivi che oggi in Puglia sono una specie vegetale a rischio. Sono piante che non hanno voce, e parlano attraverso la gente per bene, la gente semplice che sa perfettamente chi sta dalla parte della magnifica natura del salento tarantino e chi sta dalla parte del profitto di pochi che minaccia il futuro di tutti.

La foto che accompagna questo articolo l’ho fatta a Oria lo scorso 16 luglio, durante la grande manifestazione cittadina con cui si è contestato il taglio di decine di ulivi, scoprendo dopo questo scempio che meno del 2% delle piante abbattute erano state colpite dal batterio xylella che ha seminato il panico tra i nostri politici sempre pronti a cacciare le mosche col napalm. Un giorno la natura presenterà il conto all’umanità di tutti gli eco-stupri compiuti dalla cosiddetta “specie dominante”. Nel frattempo, per prepararci a quel giorno, è importante leggere, studiare, e non smettere mai di farsi domande.


ilva-comizi-d-acciaioCarlo Gubitosa
Ingegnere delle Telecomunicazioni, giornalista freelance e saggista, dal 1995 collabora con i principali periodici italiani di informazione indipendente, fino a ricoprire nel 2003 il ruolo di caposervizio per la sede di corrispondenza di Milano dell’agenzia di stampa “Redattore Sociale”.
Dal settembre 2009 e’ direttore responsabile di “Mamma!” (www.mamma.am) la prima rivista italiana di giornalismo a fumetti.
A partire dal 2003 realizza seminari e attivita’ didattiche sul giornalismo e le nuove tecnologie dell’informazione presso il corso di laurea in Scienze della comunicazione dell’Università di Bologna, all’interno dei corsi di Teoria e tecniche del linguaggio giornalistico e Comunicazione giornalistica.
Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra cui “Telematica per la Pace”. (Apogeo, 1996); “L’informazione alternativa” (EMI, 2002); “Viaggio in Cecenia” (Nuova Iniziativa Editoriale 2004): “Elogio della pirateria”. (Terre di Mezzo, 2005); “Carovane. Esperienze di strada contro le guerre e le mafie”, (EMI, 2006); “Ricettario della pace”. (Meravigli, 2009); “Propaganda d’autore. Guerra, razzismo, P2 e marchette: un atto d’accusa ai giornalisti VIP”, (Stampa Alternativa, 2011).

Per BeccoGiallo insieme a Kanjano ha realizzato “Ilva – Comizi d’acciaio“.

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