giacomo bendotti

Mc Mafia: camorra, ‘ndrangheta e mafia nella storia del fumetto

Pensata da Associazione daSud, “Mc Mafia” è una mostra inedita sulla rappresentazione delle mafie nel mondo del fumetto. Intervista a Giacomo Bendotti, autore di due graphic novel su Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Tratto da cno-webtv.it

Puoi acquistare i libri di Giacomo Bendotti nel nostro catalogo con il 15% di sconto e senza spese di spedizione, a partire da qui

#ScusateIlDisturbo: Uno su mille… ce la fa!

Autori si nasce? Autori si diventa? Come si convince un editore a pubblicare un proprio progetto a fumetti?

Abbiamo chiesto ad alcuni autori e autrici BeccoGiallo di raccontarci come hanno conosciuto e come si sono proposti alla casa editrice per far nascere i loro primi lavori a fumetti.

Nella speranza che questo piccolo scorcio sul dietro le quinte dell’attività editoriale possa essere utile anche agli autori e alle autrici che verranno, è proprio a loro – ai nuovi giovani sceneggiatori, sceneggiatrici, disegnatori e disegnatrici in cerca di editore – che dedichiamo questa puntata di #scusateildisturbo.

Ecco a voi i ricordi di Elisabetta Benfatto (con un disegno a sorpresa!), Marco Rizzo, Simone Cortesi, Claudio Calia, Marco Tabilio e Paolo Castaldi.

E come sempre: grazie a Sara Mazzuccato e ad Alessandro Pedrocco per l’aiuto!

(altro…)

Le note dell’autore di “Paolo Borsellino, l’agenda rossa”

Paolo Borsellino, l'agenda rossaVerità, ipotesi, invenzioni. A distanza di vent’anni dalla strage di via D’Amelio, la verità giudiziaria sui mandanti occulti dell’eccidio è ancora tutta in discussione. È storia recente che il processo sull’uccisione di Borsellino e degli uomini della sua scorta ha subito un massiccio depistaggio ed è quindi da rifare.
In un quadro ancora indefinito c’è un’ipotesi che si accredita con più forza delle altre: Borsellino è stato ucciso perché era venuto a conoscenza della trattativa fra Stato e mafia, e vi si opponeva. Naturalmente in delitti di una certa portata non esiste mai un solo movente, e neanche un solo colpevole.

Nell’affrontare questo fumetto sugli ultimi due mesi di vita di Borsellino, prima di cominciare a scrivere, ho cercato a lungo di farmi un’idea su quanto è successo tra la strage di Capaci e la strage di via D’Amelio. A tale scopo, oltre a consultare la letteratura in materia, ho voluto incontrare alcuni tra amici, conoscenti, colleghi, parenti del giudice.
Nel mio sopralluogo di sceneggiatura a Palermo l’ultima persona con cui ho parlato è stato il giudice Teresi. La riflessione con la quale mi ha salutato il magistrato collega di Borsellino ha in qualche modo guidato il mio racconto. In risposta alle mie infinite domande sui mandanti della strage, Vittorio Teresi ha provato a spiegarmi che non è importante stabilire se il comando sia arrivato a Cosa Nostra da uomini dello Stato, dei servizi segreti o delle forze dell’ordine.

Non è rilevante se questa comunicazione sia avvenuta o meno. Ciò che bisogna chiedersi è chi aveva interesse a uccidere Borsellino. I vertici di Cosa Nostra non avevano bisogno di ricevere ordini. Era sufficiente la consapevolezza del consenso rispetto all’azione. Allargando questa riflessione a un perimetro più largo sentirei di dire che le colpe della morte di Borsellino vanno distribuite collettivamente tra chi aveva significativi interessi nella sua eliminazione e chi provava semplicemente insofferenza. A favorire la mafia sono le convergenze di interessi di una fetta del Paese troppo larga per individuare una manciata di capri espiatori.

A partire da questa convinzione ho immaginato di rappresentare Borsellino come un uomo isolato, circondato ovunque da zone grigie di rapporti tra le istituzioni e la mafia. Ho sposato l’ipotesi della trattativa come causa fondante della strage, ma ho suggerito che anche nella Procura e in Polizia c’erano comportamenti oscuri.

[…]

Nelle ultime settimane di vita Borsellino teneva due agende: su di una, quella grigia, annotava gli appuntamenti, mentre sull’altra, l’agenda rossa, scriveva tutto il resto. Borsellino non amava i diari. Prima di quel giugno del 1992 non aveva mai sentito l’esigenza di mettere nero su bianco né accadimenti né riflessioni.
La strage di Capaci però cambia ogni cosa. “Per me è finito il momento di parlare. Sono successi troppi fatti in questi mesi, anch’io ho le mie cose da scrivere, e qua dentro ce n’è anche per lei.” Così risponde Borsellino al maresciallo Canale che lo vede prendere appunti all’alba in un hotel di Salerno.

Giacomo Bendotti

Prosegue nel libro “Paolo Borsellino, l’agenda rossa“, in uscita l’11 luglio.