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Inside Graphic Journalism

Vi presentiamo una iniziativa alla quale abbiamo lavorato sottotraccia negli ultimi mesi. Il primo corso di specializzazione in giornalismo a fumetti, frutto della collaborazione tra BeccoGiallo e l’Associazione YaBasta – Caminantes di Padova.

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Inside Graphic Journalism
Quattro Masterclasses e un Workshop Residenziale per il giornalismo disegnato

Inside Graphic Journalism a cura di Edizioni BeccoGiallo è il primo corso di specializzazione in Italia rivolto a chi vuolescrivere, disegnare e pubblicare per il giornalismo a fumetti. Un ciclo di quattro Masterclasses tenute dai più importanti autori, editori ed esperti del giornalismo disegnato italiano, e un Workshop Residenziale di quattro giorni per sviluppare, acquisire e mettere in pratica le competenze necessarie a pubblicare i tuoi racconti di realtà!

Alla fine del corso, i progetti realizzati dai partecipanti saranno pubblicati nella prima antologia di INSIDE Graphic Journalism, a cura di Edizioni BeccoGiallo.

Assicurati uno dei 15 posti disponibili!

Per partecipare al corso è richiesto il versamento di tre quote:
con un versamento immediato di 300€ puoi prenotare la tua partecipazione a Inside Graphic Journalism.

Iscrizioni entro il 9 aprile.

Inside Graphic Journalism è anche un sito, dove potrete consultare il programma del corso, l’elenco dei docenti e tutte le informazioni per partecipare.

Vi aspettiamo!

 

“CUMBE”-La ribellione degli schiavi africani in Brasile raccontata con gli occhi degli oppressi.

di Marcello D’Salete

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Durante il periodo coloniale cinque milioni di schiavi africani furono deportati in Brasile per lavorare nelle piantagioni, nelle miniere e nelle case degli uomini bianchi. Ispirato a fatti storici realmente accaduti, il lavoro del brasiliano Marcello D’Salete racconta le vicende di quegli schiavi che ebbero la forza di ribellarsi per cercare la libertà a ogni costo.

“Il Brasile è un paese estremamente diseguale, razzista, e ciò è strettamente legato al suo passato. Non possiamo continuare a considerare lo schiavismo come qualcosa di marginale nella nostra storia.”
-Marcello D’Salete

“Un volo poetico in un mondo di sangue: violenza, desiderio, la speranza come unico appiglio per sopravvivere al nuovo giorno che arriva.”
-L’Express

Dall’1 settembre in libreria.

seveso – 40 anni dopo

10 luglio 1976.

Sono passati 40 anni da quel caldo sabato di luglio. Quel giorno in cui nel cielo di Seveso non si vedeva nulla se non un’infinita coltre opaca. Quel sabato in cui lo stabilimento ICMESA di Meda sbuffò i suoi vapori misteriosi sulle cittadine limitrofe avvelenando persone, animali e piante.
Dopo proteste, analisi, indagini e domande insistenti, finalmente ai cittadini venne comunicata la natura di quei vapori.
Diossina.
Un termine che oggi abbiamo imparato a conoscere e a temere ma che nel luglio del 1976 per gli operai dell’ ICMESA e le loro famiglie non era che un parolone che indicava qualcosa che “non fa bene”.

Troppo tardi vennero presi provvedimenti, troppo tardi vennero verificate le cause e le responsabilità dell’evento.
Tanti bambini si svegliarono con la pelle martoriata dagli effetti del gas, tanti ortaggi furono avvelenati e comunque consumati, decine di famiglie non sarebbero più tornate alle loro case, che vennero abbattute perché contaminate, 80.000 animali sono morti tra quelli deceduti subito dopo l’incidente e quelli soppressi per precauzione.

Sono passati quattro decenni, ma questa vicenda, uno dei più gravi disastri ambientali di sempre, così poco nota alle nuove generazioni, è ancora vivida nelle memorie degli abitanti di Seveso e dintorni.
Un incidente, una leggerezza, un errore, una falla, una disgrazia, una mancanza.
Lo si può chiamare in tanti modi quello che è successo quel giorno a Meda, ma di certo non lo possiamo chiamare “passato” e non lo possiamo dimenticare.

“Il caso Seveso” è un libro a fumetti di Francesca Cosi, Alessandra Repossi e Sara Antonellini e cerca di raccontare la vicenda.
All’inizio del volume trovate la prefazione di Massimiliano Fratter, direttore del Bosco delle Querce di Seveso e Meda che quel giorno lì a Seveso c’era.

Vi riportiamo qui di seguito lo scritto di Fratter in versione integrale.

Il libro potete trovarlo nelle librerie o a questo link.

 

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“Il passato, il presente, il futuro di Seveso”

di Massimiliano Fratter, direttore del Bosco delle Querce di Seveso e Meda

 

C’ero. Ed ero un bambino, in quel caldo sabato di luglio

del 1976. Un altro secolo. Un’altra storia, forse. E ho tre ricordi nitidi. Il giorno dell’incidente con il fischio – durato alcuni secondi – e l’odore. Insopportabile. Che inquinò l’aria

per alcune ore, almeno fino a sera. Il secondo frammento risale a dieci giorni dopo, quando la notizia della fuoriuscita della nube tossica dall’Icmesa è ormai di dominio pubblico, e

i miei genitori decidono di “evacuarmi” (la mia famiglia non

dovette lasciare casa) per portarmi dagli zii a Meda (a Meda!),

ma a nord della fabbrica che si trovava proprio al confine tra

i due paesi. Il vento, al momento della rottura del disco di sicurezza (la sicurezza di chi?) del reparto B soffiava in direzione sud-sudest. La zona dove abitavano i miei zii non

era stata colpita. O almeno, non il 10 luglio. Perché l’Icmesa produceva e inquinava dal 1948 (i lavori di costruzione dello

stabilimento erano terminati un anno prima) e non c’erano all’interno dei suoi obsoleti impianti ventilatori che potessero dirigere gli inquinanti da Meda verso Seveso. Perché farlo, poi? C’era il fiume dove scaricare tutto quello che era possibile scaricare, e alle lamentele della popolazione o delle autorità si rispondeva, spesso, con il denaro o con la minaccia dei licenziamenti. E il posto di lavoro era sacro, nell’Italia post seconda guerra mondiale, nell’Italia degli anni ‘50. Nell’Italia del boom economico. Come oggi. In fondo, quando morivano le pecore o gli animali si pagava, e di tosse non è mai

morto nessuno. Questi italiani. Sempre pronti a lamentarsi, invece di ringraziare chi aveva portato denaro e benessere. E comunque all’Icmesa non si inquinava: parola di Givaudan Hoffman La Roche. Proprietari che vivevano in Svizzera. Dove ordine e pulizia sono valori sacri. E per gli ansiosi da presunto inquinamento c’era sempre il Valium (marchio registrato), perché Hoffman La Roche teneva (e tiene ancora) alla salute. E al profitto, naturalmente. L’ultimo mio ricordo è legato al periodo successivo e non può essere collocato in un periodo preciso. Almeno nella mia mente. Un ricordo fatto di divise e tute. Erano quelle dei soldati chiamati a pattugliare la zona più contaminata, la famigerata zona A (c’era poi una

zona B – non evacuata – e una zona di Rispetto, con tracce minori di diossina. Io vivevo in quest’ultima ed ero “rispettato”, quindi). E quelle degli addetti alla bonifica. Crescevo e

loro erano lì, parte integrante del mio – del nostro – vivere quotidiano, e raccontavano, evidenziavano una normalità “altra”. Durata complessivamente quasi dieci anni e che via via cercava di riportare la città a una vita normale, con la fine dei lavori di bonifica che terminano con la nascita del Bosco delle Querce, nel 1983, e i lavori di realizzazione del parco terminati tre anni dopo, nel 1986.

Sono rimasto. E poco più che ventenne (siamo all’inizio degli anni ‘90 dell’altro secolo), incontro un piccolo gruppo di donne e uomini che hanno deciso di impegnarsi per il bene della città “adottando” un’area degradata, il Fosso del Ronchetto. 7,5 ettari lontani dal Bosco delle Querce ma che

rappresentano il desiderio di prendersi cura della città dove vivono. Seveso, appunto. Sono le socie e i soci del locale circolo di Legambiente, dedicato a Laura Conti, medico e all’epoca dell’incidente consigliera regionale in Lombardia, molto vicina alla Comunità. Lei che arriva da Milano per cercare di comprendere. Per aiutare. Per proporre. Amata da pochi, avversata da molti. Donna dalle posizioni forti e dalle parole chiare su molti temi che la democristiana Brianza non vuole

proprio ascoltare. Di cui non si deve parlare, meglio tacere. E lasciar passare il tempo. E dimenticare: “Un anniversario da dimenticare”. Così Il Cittadino, il settimanale locale cattolico più letto all’epoca, ricordava il ventesimo anniversario dell’incidente, il 10 luglio 1996. Le amiche e gli amici del Circolo sostengono invece che la rielaborazione di ciò che è accaduto e delle sue conseguenze è un’opportunità di crescita e cura per una Comunità ancora dolente. Nonostante la voglia di rimozione. Crediamo (perché anch’io mi iscrivo a Legambiente), che la Storia sia uno strumento di sollievo, e alla fine del secolo iniziamo a elaborare un progetto che diverrà poi la colonna portante di un percorso durato più di quindici anni. Nasce il “Ponte della Memoria”. Iniziamo a ricostruire l’archivio sociale della “vicenda Seveso”. Ascoltiamo storie. Raccogliamo storie. Raccontiamo la Storia. Entriamo al Bosco delle Querce. Il parco è aperto al pubblico dal 1996, ma

quasi nessuno lo frequenta. All’inaugurazione l’allora presidente di regione Roberto Formigoni parla davanti al deserto (tranne le cosiddette Autorità e pochi obbligati non c’è praticamente anima viva). Il parco è una sorta di non-luogo. Io stesso, che abito a poche centinaia di metri dall’ingresso,

non ci sono mai entrato. Con il “Ponte della Memoria” inizia un percorso di rielaborazione e riappropriazione che porterà alla vera e propria apertura del Bosco nel 2004, quando, davanti a centinaia di sevesine e sevesini (durante la giornata continuo fu l’afflusso per visitare il percorso appena aperto), viene inaugurato il percorso della Memoria all’interno

del parco: undici pannelli per cercare di non dimenticare. E sono ancora tante le persone che negli anni donano all’Archivio i propri documenti. Le scuole iniziano a chiedere di essere accompagnate al Bosco per conoscere. E il progetto trova il sostegno istituzionale del Comune di Seveso e della Fondazione Lombardia per l’Ambiente, nata nel 1986 proprio per valorizzare l’esperienza di Seveso e che, per la prima volta, sostiene economicamente un progetto per la Comunità. Meglio tardi che mai. Oggi la Fondazione ha trovato la sua sede definitiva a Seveso, e anche questo è un passo verso la pacificazione: perché Seveso, la sua esperienza e il lavoro stesso della Fondazione non sono più qualcosa da nascondere, da relegare esclusivamente nell’ambito tecnico-scientifico, ma diventano nomi e buone pratiche da narrare. Le direttive europee in materia di rischio industriale prendono

il nome di “Direttiva Seveso”. La Città diviene un luogo da

visitare e conoscere. Sono ancora qui. Il Bosco delle Querce è diventato la mia seconda casa. E il mio lavoro. E quanto seminato con il Ponte della Memoria continua a dare buoni frutti. Da coltivare. Per fare finalmente altri passi in avanti senza omertà o silenzi rispetto anche agli angoli meno chiari della vicenda. O a quelli volontariamente taciuti (anche dal sottoscritto, all’epoca responsabile del Progetto) perché non si dovevano alterare alcuni “equilibri sensibili”. Il Ponte era sostenuto dal Comune. Dalla Fondazione. La Brianza ha cambiato colore (verde, azzurro, rosso pallido), ma è solo un’apparenza. Perché nella propria intimità è sempre rimasta Bianca, Cattolica, Reazionaria. Ed è meglio non stimolare nervi ancora scoperti come i risarcimenti o l’aborto (nel 1976 in Italia l’aborto non era ancora legale, ma a Seveso furono autorizzati gli aborti a scopo terapeutico, con le donne che sceglievano

questa strada sottoposte a un vero e proprio processo, quasi una tortura, senza possibilità di assoluzione). Tutto è Passato. Andiamo avanti. Fino a un certo punto: perché il processo di pacificazione non troverà pieno compimento fino a quando non si deciderà di sanare tutte le ferite. Senza tacere. Con i contributi di tutti e di tutte. Anche con l’apporto di Alessandra Repossi e Francesca Cosi, e con le tavole di Sara Antonellini. Su Seveso si è scritto tanto. Magari troppo e qualche volta a sproposito. Mai si era disegnato. È questa, dunque, una prima volta importante. Ricca, che deve far riflettere. E che non mette un punto definitivo, purtroppo. Perché c’è un altro disegno. Quello di un’autostrada che vorrebbe passare dove oggi c’è il Bosco delle Querce. Sbancare i terreni mai bonificati. Quelli

un tempo classificati in zona B e dove, sotto, si trova la diossina. Riportare a Seveso le tute bianche, visto che all’interno del cantiere si dovrà operare in sicurezza. Ci sono il progetto definitivo e la volontà politica di Regione Lombardia, ma per

fortuna non ci sono ancora i fondi. Che, sostiene Regione Lombardia, prima o poi si troveranno.

E io osservo il mio territorio dove, nel bene e nel male, ci

sono le mie radici, la mia vita. E sono preoccupato. Mi chiedo se tutto quello che abbiamo costruito negli anni sia stato utile. Perché, se dovesse concretizzarsi lo scenario devastante dell’autostrada Pedemontana Lombarda, dovremo rivivere la Storia. Calerà di nuovo il buio. Tornerà per noi l’incubo. E sarà una tragedia. Tutta italiana, questa volta.

“Il caso Seveso, era un caldo sabato di luglio” – 40 anni dall’incidente di Seveso

di Francesca Cosi, Alessandra Repossi e Sara Antonellini

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Sabato 10 luglio 1976, bassa Brianza. Poco dopo mezzogiorno, nella fabbrica ICMESA di Meda, che produce sostanzee chimiche per diserbanti e antibatterici, si verifica un incidente: una nube si riversa sul territorio di Seveso e nei comuni limitrofi, e fa morire in pochi giorni animali e piante oltre a provocare danni gravi alla salute delle persone. La popolazione vive giorni di angoscia, poi arrivano le prime ammissioni agli esperti: la nube contiene diossina, una sostanza ancora poco studiata ma fra le più tossiche al mondo.
Questa è la storia dell’incidente di Seveso – insieme a Chernobyl e Bhopal tra i più gravi disastri ambientali causati dall’uomo – e di tutto ciò che è successo dopo.

“[…]E comunque all’Icmesa non si inquinava: parola di Givaudan Hoffman La Roche. Proprietari che vivevano in Svizzera. Dove ordine e pulizia sono valori sacri. E per gli ansiosi da presunto inquinamento c’era sempre il Valium (marchio registrato), perché Hoffman La Roche teneva (e tiene ancora) alla salute. E al profitto, naturalmente. L’ultimo mio ricordo è legato al periodo successivo e non può essere collocato in un periodo preciso. Almeno nella mia mente. Un ricordo fatto di divise e tute. Erano quelle dei soldati chiamati a pattugliare la zona più contaminata, la famigerata zona A.”

Dalla prefazione di Massimiliano Fratter, direttore del Bosco delle Querce di Seveso e Meda

 

Dal 7 luglio in libreria.

Le lucciole: Lampi di luce per chi non si accontenta e vuole saperne di più

Ricorderemo il prossimo aprile come un momento storico per la nostra casa editrice. Al giro di boa del nostro decimo anniversario – dieci anni in cui vi abbiamo raccontato a fumetti le verità più scomode della storia e cronaca italiana – abbiamo accolto i suggerimenti che ci sono arrivati in questi anni da autori, librerie amiche, i nostri lettori più affezionati: sfidare il nuovo decennio con una nuova proposta editoriale, che d’ora in poi affiancherà la nostra produzione disegnata.

Con Sfidare la paura, di Umberto Curi e Gianfranco Bettin, curato da Luigi Emilio Pischedda in collaborazione con Beppe Caccia, fa il suo esordio in libreria la nuova collana di saggi che abbiamo intitolato “Le lucciole“, un nome immaginato proprio a partire dall’antologia “La traiettoria delle lucciole” con cui abbiamo voluto festeggiare i nostri primi dieci anni di attività.

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Testi scritti sulla più stringente attualità, semplici, brevi, economici, alla portata di tutti i lettori italiani.

Sfidare la paura, il titolo che inaugura la collana, è la nostra risposta civile agli slogan populisti impressi sulle felpe dei fabbricatori di consenso elettorale d’ogni dove.

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Donald Trump, Marine Le Pen, Matteo Salvini, Frauke Petry: di fronte agli attacchi terroristici dell’ISIS la strategia di chi alimenta le insicurezze dei cittadini per ottenere visibilità mediatica e consenso elettorale sembra funzionare sempre di più.

Quali sono le risposte democratiche al marketing della paura di fronte alle angosce del nostro tempo?

Il filosofo Umberto Curi insieme al sociologo Gianfranco Bettin – in una illuminante conversazione guidata dal senso di responsabilità civile – ci aiutano a trovare le parole giuste per porre in fuori gioco ogni nuova opportunistica strategia del terrore, fabbricato ad arte dagli sciacalli del consenso per i più cinici scopi elettorali.

Le reazioni agli attentati di Parigi dimostrano tutta la drammatica arretratezza culturale dell’Occidente: è angoscioso doverlo dire, ma la nostra capacità di analisi di questi fenomeni è espressa egregiamente da un titolo del quotidiano Libero, Bastardi Islamici.
Umberto Curi

Sfidare la paura
Umberto Curi, Gianfranco Bettin
a cura di Luigi Emilio Pischedda
con la collaborazione di Beppe Caccia
11 x 17 cn, 80 pg.
8.50 euro
Dal 14 aprile in libreria


Gli autori

Oggi gli sciacalli del consenso elettorale stanno devastando nuovamente i corpi dei caduti di Parigi con le loro menzogne fuorvianti. Per fermarli abbiamo bisogno di elevare il livello medio di sensibilità culturale del nostro Paese, che metta in fuori gioco una volta per tutte strumentalizzazioni così palesemente vigliacche e opportunistiche.

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Umberto Curi è professore emerito di Storia della filosofia presso l’Università di Padova e docente presso l’Università “Vita e salute” San Raffaele di Milano. Nei suoi studi si è occupato della storia dei mutamenti scientifici per ricostruirne l’intima dinamica eipistemologica e filosofica. Più di recente si è volto a uno studio della tradizione filosofica imperniato sulla relazione tra dolore e conoscenza e sui concetti di logos, amore, guerra e visione. Tra le sue pubblicazioni: La cognizione dell’amore. Eros e filosofia (Feltrinelli, 1997); Polemos. Filosofia come guerra (Bollati Boringhieri, 2000); Lo schermo del pensiero. Cinema e filosofia (Raffaello Cortina, 2000); Il farmaco della democrazia (Marinotti, 2003); Un filosofo al cinema (Bompiani, 2006); Meglio non essere nati. La condizione umana tra Eschilo e Nietzsche (Bollati Boringhieri, 2008); Straniero (Raffaello Cortina, 2010); Via di qua. Imparare a morire (Bollati Boringhieri, 2011); Passione (Raffaello Cortina, 2013); L’apparie del bello. Nascita di un’idea (Bollati Boringhieri, 2013); La porta stretta. Come diventare maggiorenni (Bollati Boringhieri, 2015).

Nei nostri paesi, nei territori che abitiamo, la paura è stata coltivata e si è stratificata nel tempo. Oggi il rischio è che si radichi in noi, diventando l’alleata migliore di quelli che, dopo aver fallito con le guerre in giro per il mondo, si propongono come gli unici a poterci difendere dal terrore che loro stessi hanno contribuito a creare.

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Gianfranco Bettin: nato a Marghera 54 anni fa, ha vissuto a Venezia e abita a Mestre (VE). Politico ambientalista, narratore e saggista ha pubblicato romanzi e saggi, tra i quali Dove volano i leoni. Fine secolo a Venezia (Garzanti, 1991), La strage: Piazza Fontana. Verità e memoria (Feltrinelli, 1999), Il clima è uscito dai gangheri (Nottetempo, 2004), Petrolkiller (Feltrinelli, 2002), Nebulosa del boomerang (Feltrinelli, 2004), Eredi: da Pietro Maso a Erika e Omar (Feltrinelli, 2007), Gorgo. In fondo alla paura (Feltrinelli, 2009). È stato deputato al parlamento, assessore comunale alle politiche sociali e prosindaco di Mestre.

35° Anniversario Strage di Bologna: un commento di Alex Boschetti

 

Strage di Bologna. Una delle tragedie più clamorose e insopportabili della Storia dell’Italia Repubblicana. 85 morti e più di 200 tra feriti e mutilati. Ci sono state delle condanne. Gli esecutori materiali.

Coloro, cioè, che hanno materialmente appoggiato la sacca imbottita di esplosivo in stazione sapendo che tutte le persone che stavano guardando dritte negli occhi, bambini, ragazzi, donne, tutti, e di cui stavano ascoltando i discorsi, le risate, forse i sospiri per il caldo estivo, sarebbero morte da lì a poco, saltate in aria, infiammate e sputate nel vento d’agosto come tizzoni ardenti di un vulcano ideologico delirante, che ha portato alla ribalta militari corrotti, servizi segreti deviati, strutture clandestine, gruppi criminali, dandogli per un po’ l’illusione di un potere che non hanno mai però conquistato del tutto. (altro…)

RepTv News, Matite: da Boko Haram alla Grecia, reportage a fumetti sul web

Graphic journalism, ma per la rete. Continua il viaggio di “Matite” tra i fumetti digitali. Dopo le app, ecco esempi di reportage giornalistici online. Come quelli del sito americano “The Nib” o dell’italiano “Graphic News”

Matite
di Francesco Fasiolo

montaggio Alberto Mascia

RepTv News, il magazine quotidiano di Repubblica Tv, è in onda ogni giorno alle 19.45 su Repubblica.it  e su laEffe, canale 50 del digitale terrestre e 139 di Sky

#ScusateIlDisturbo: BeccoGiallo si tinge di Rosa!

Cosa pensano le lettrici dei nostri fumetti?

Di solito – se guardiamo ai numeri crudi – il fumetto è molto maschio. In questi anni però abbiamo avuto la fortuna di incontrare tante lettrici appassionate, e abbiamo pensato di dedicare a loro questa nuova puntata di #scusateildisturbo.

Ecco a voi le opinioni di Giada, Agnese, Monica, Emanuela e Armida, che ci raccontano da vicino le loro sensazioni su alcuni dei nostri libri.

Grazie amiche, e grazie a Sara Mazzuccato e Alessandro Pedrocco per le interviste!