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Piazza della Loggia, Brescia: un commento alla sentenza da Francesco Barilli

Brescia, 28 maggio 1974, ore 10,12. Una bomba infilata in un cestino dei rifiuti provoca una strage durante una manifestazione antifascista in Piazza della Loggia. Muoiono otto persone.

Sono passati 43 anni. E quello che si diceva già nell’immediatezza del fatto (“strage fascista”) ora è una verità giudiziaria definitiva. A tarda sera del 20 giugno, la Corte di Cassazione ha confermato l’ergastolo a carico di Carlo Maria Maggi, indiscusso leader dell’organizzazione neofascista Ordine Nuovo, e di Maurizio Tramonte, ex “fonte Tritone” dei servizi segreti.

Una verità giudiziaria che arrivi a così tanti anni di distanza dal fatto può sembrare depotenziata. Ma, in questo caso, si tratta di un verdetto importantissimo. E’ infatti vero che nelle stragi di quegli anni le responsabilità dell’estremismo “nero” (a cominciare proprio da Ordine Nuovo) sono state accertate da tempo. Già in passato alcune sentenze, frettolosamente vendute come assoluzioni, in realtà riconoscevano queste responsabilità, seppure senza arrivare a condanne personali.

L’ultima sentenza sulla strage di Brescia va però oltre. Maggi rappresenta il vertice decisionale di Ordine Nuovo, mentre la condanna di Tramonte (“fonte” del Sid, soggetto totalmente interno alla destra eversiva, nonché presente sul luogo della strage) esplicita le ambigue connessioni fra i servizi segreti e l’eversione neofascista, certificando i depistaggi che hanno inquinato anni di indagini.

A questo si può aggiungere che già i precedenti gradi di giudizio avevano formulato pesanti considerazioni verso altri soggetti appartenenti a Ordine Nuovo, ormai defunti e quindi non condannabili: innanzitutto l’esperto di armi ed esplosivi, Carlo Digilio, e l’altro ordinovista veneto, Marcello Soffiati. Ma condannare Maggi (come detto: vertice decisionale di ON nel Nordest) scrive una parola definitiva sulla strage, ideata e realizzata da forze eversive neofasciste e “coperta” dai servizi segreti dell’epoca.

Quella di ieri è, quindi, una sentenza fondamentale, in un Paese che soffre di una memoria vaga e distorta, dove le stragi “nere”, da Piazza Fontana in poi, le si preferisce confinare nel comodo cassetto dei “misteri d’Italia”, dove le responsabilità della destra eversiva sembravano confinate alla sola dimensione storica o giornalistica, dove Pino Rauti (che di ON fu il “padre”, perlomeno nella prima fase della formazione stessa) viene ricordato come “intellettuale di grande spessore”, dove Giorgio Almirante è indicato come possibile riferimento culturale per un Movimento che si vorrebbe “né di destra né di sinistra”… Ma è importante, innanzitutto, perché rende giustizia alle vittime di Piazza della Loggia, che è giusto qui ricordare: Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi Milani, Clementina Calzari Trebeschi, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trebeschi e Vittorio Zambarda.

Francesco “baro” Barilli

Francesco Barilli insieme a Matteo Fenoglio ha ricostruito le fasi processuali del processo sulla strage di Brescia nel libro a fumetti Piazza della loggia Vol. 2 – In nome del popolo italiano

E ora qualcosa di completamente diverso: Il senso della Brexit per Nigel Farage

Ormai è passato qualche tempo dal voto referendario dal risultato epocale che ha scosso l’Europa.
I sudditi di sua Maestà hanno deciso di lasciare l’UE ma…siamo sicuri che abbiano capito bene per cosa hanno votato?
E sopratutto, come ci avrebbero raccontato tutto questo gli inglesissimi Monty Python?

Ce lo mostrano Luca Amerio e Sara Antonellini con questa breve ma brillante intervista al popolo inglese!

TITOLO

[Download-IlSensoDellaBrexit]
“Il senso della Brexit secondo Nigel Farage”
di Luca Amerio e Sara Antonellini

 

ENTRE PITOS Y FLAUTAS – CAPITOLO 8

Oscar Noble è un illustratore uruguaiano che vive a Barcellona.
E’ stato con noi in redazione per diversi mesi grazie ad un progetto di mobilità internazionale organizzato da Xena – Centro Scambi e Dinamiche Interculturali.
In queste settimane ha disegnato un piccolo diario a fumetti che racconta il suo viaggio e la particolarissima situazione politica spagnola.

Questo è l’ultimo episodio ma non crucciatevi, troverete il nostro Oscar all’edizione 2016 del Lucca Comics&Games per presentare il volume che raccoglie tutti gli otto episodi di “Entre Pitos Y Flautas”!
Vi aspettiamo allo stand BeccoGiallo!

cover-1

[Download-Entre Pitos Y Flautas]
Entre pitos y flautas,
Cronache dalla crisi spagnola
Capitolo otto:
Ripartire
di Oscar Noble

Oscar Noble sul web:

ENTRE PITOS Y FLAUTAS – CAPITOLO 7

Oscar Noble è un illustratore uruguaiano che vive a Barcellona. Grazie ad un progetto di mobilità internazionale organizzato da Xena – Centro Scambi e Dinamiche Interculturali ha passato diversi mesi nella redazione BeccoGiallo disegnando un piccolo diario a fumetti che raccontasse il suo viaggio e la particolarissima situazione politica spagnola.
Ora Oscar è tornato a casa e ci manda dalla Spagna questo capitolo sette di “Entre pitos y flautas, cronache dalla crisi spagnola”. Trovate qui i capitoli precedenti.

Buona lettura!

PS: si vocifera che presto potrete leggere l’opera completa di Oscar Noble in formato cartaceo, rimanete sintonizzati per seguire gli ulteriori sviluppi!

cover-7
[Download_Entre pitos y flautas_ep.7]
Entre pitos y flautas,
Cronache dalla crisi spagnola
Capitolo sette:
Ritorno alle origini
di Oscar Noble

Oscar Noble sul web:

ENTRE PITOS Y FLAUTAS – CAPITOLO 6

Cosa sta succedendo nella politica Spagnola? Come cambia la vita di tutti i giorni quando l’economia mondiale crolla e realizzare i propri sogni diventa sempre più costoso?
Oscar Noble, illustratore uruguaiano che vive a Barcellona e nostro ospite per un progetto di mobilità internazionale organizzato da Xena – Centro Scambi e Dinamiche Interculturali, ce lo racconta a fumetti.
Ecco la sesta puntata!
Trovate qui i capitoli precedenti.
cover-6
Entre pitos y flautas,
Cronache dalla crisi spagnola
Capitolo sei:
Game Over
di Oscar Noble
Oscar Noble sul web:

ENTRE PITOS Y FLAUTAS – CAPITOLO 5

Cosa sta succedendo nella politica Spagnola?
Oscar Noble, illustratore uruguaiano che vive a Barcellona e nostro ospite per un progetto di mobilità internazionale organizzato da Xena – Centro Scambi e Dinamiche Interculturali, ce lo racconta a fumetti in dieci episodi settimanali.
Ecco la quinta puntata, buona lettura.
Trovate qui i capitoli precedenti.
Entre pitos y flautas,
Cronache dalla crisi spagnola
Capitolo cinque:
En la cresta de la ola
di Oscar Noble

seveso – 40 anni dopo

10 luglio 1976.

Sono passati 40 anni da quel caldo sabato di luglio. Quel giorno in cui nel cielo di Seveso non si vedeva nulla se non un’infinita coltre opaca. Quel sabato in cui lo stabilimento ICMESA di Meda sbuffò i suoi vapori misteriosi sulle cittadine limitrofe avvelenando persone, animali e piante.
Dopo proteste, analisi, indagini e domande insistenti, finalmente ai cittadini venne comunicata la natura di quei vapori.
Diossina.
Un termine che oggi abbiamo imparato a conoscere e a temere ma che nel luglio del 1976 per gli operai dell’ ICMESA e le loro famiglie non era che un parolone che indicava qualcosa che “non fa bene”.

Troppo tardi vennero presi provvedimenti, troppo tardi vennero verificate le cause e le responsabilità dell’evento.
Tanti bambini si svegliarono con la pelle martoriata dagli effetti del gas, tanti ortaggi furono avvelenati e comunque consumati, decine di famiglie non sarebbero più tornate alle loro case, che vennero abbattute perché contaminate, 80.000 animali sono morti tra quelli deceduti subito dopo l’incidente e quelli soppressi per precauzione.

Sono passati quattro decenni, ma questa vicenda, uno dei più gravi disastri ambientali di sempre, così poco nota alle nuove generazioni, è ancora vivida nelle memorie degli abitanti di Seveso e dintorni.
Un incidente, una leggerezza, un errore, una falla, una disgrazia, una mancanza.
Lo si può chiamare in tanti modi quello che è successo quel giorno a Meda, ma di certo non lo possiamo chiamare “passato” e non lo possiamo dimenticare.

“Il caso Seveso” è un libro a fumetti di Francesca Cosi, Alessandra Repossi e Sara Antonellini e cerca di raccontare la vicenda.
All’inizio del volume trovate la prefazione di Massimiliano Fratter, direttore del Bosco delle Querce di Seveso e Meda che quel giorno lì a Seveso c’era.

Vi riportiamo qui di seguito lo scritto di Fratter in versione integrale.

Il libro potete trovarlo nelle librerie o a questo link.

 

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“Il passato, il presente, il futuro di Seveso”

di Massimiliano Fratter, direttore del Bosco delle Querce di Seveso e Meda

 

C’ero. Ed ero un bambino, in quel caldo sabato di luglio

del 1976. Un altro secolo. Un’altra storia, forse. E ho tre ricordi nitidi. Il giorno dell’incidente con il fischio – durato alcuni secondi – e l’odore. Insopportabile. Che inquinò l’aria

per alcune ore, almeno fino a sera. Il secondo frammento risale a dieci giorni dopo, quando la notizia della fuoriuscita della nube tossica dall’Icmesa è ormai di dominio pubblico, e

i miei genitori decidono di “evacuarmi” (la mia famiglia non

dovette lasciare casa) per portarmi dagli zii a Meda (a Meda!),

ma a nord della fabbrica che si trovava proprio al confine tra

i due paesi. Il vento, al momento della rottura del disco di sicurezza (la sicurezza di chi?) del reparto B soffiava in direzione sud-sudest. La zona dove abitavano i miei zii non

era stata colpita. O almeno, non il 10 luglio. Perché l’Icmesa produceva e inquinava dal 1948 (i lavori di costruzione dello

stabilimento erano terminati un anno prima) e non c’erano all’interno dei suoi obsoleti impianti ventilatori che potessero dirigere gli inquinanti da Meda verso Seveso. Perché farlo, poi? C’era il fiume dove scaricare tutto quello che era possibile scaricare, e alle lamentele della popolazione o delle autorità si rispondeva, spesso, con il denaro o con la minaccia dei licenziamenti. E il posto di lavoro era sacro, nell’Italia post seconda guerra mondiale, nell’Italia degli anni ‘50. Nell’Italia del boom economico. Come oggi. In fondo, quando morivano le pecore o gli animali si pagava, e di tosse non è mai

morto nessuno. Questi italiani. Sempre pronti a lamentarsi, invece di ringraziare chi aveva portato denaro e benessere. E comunque all’Icmesa non si inquinava: parola di Givaudan Hoffman La Roche. Proprietari che vivevano in Svizzera. Dove ordine e pulizia sono valori sacri. E per gli ansiosi da presunto inquinamento c’era sempre il Valium (marchio registrato), perché Hoffman La Roche teneva (e tiene ancora) alla salute. E al profitto, naturalmente. L’ultimo mio ricordo è legato al periodo successivo e non può essere collocato in un periodo preciso. Almeno nella mia mente. Un ricordo fatto di divise e tute. Erano quelle dei soldati chiamati a pattugliare la zona più contaminata, la famigerata zona A (c’era poi una

zona B – non evacuata – e una zona di Rispetto, con tracce minori di diossina. Io vivevo in quest’ultima ed ero “rispettato”, quindi). E quelle degli addetti alla bonifica. Crescevo e

loro erano lì, parte integrante del mio – del nostro – vivere quotidiano, e raccontavano, evidenziavano una normalità “altra”. Durata complessivamente quasi dieci anni e che via via cercava di riportare la città a una vita normale, con la fine dei lavori di bonifica che terminano con la nascita del Bosco delle Querce, nel 1983, e i lavori di realizzazione del parco terminati tre anni dopo, nel 1986.

Sono rimasto. E poco più che ventenne (siamo all’inizio degli anni ‘90 dell’altro secolo), incontro un piccolo gruppo di donne e uomini che hanno deciso di impegnarsi per il bene della città “adottando” un’area degradata, il Fosso del Ronchetto. 7,5 ettari lontani dal Bosco delle Querce ma che

rappresentano il desiderio di prendersi cura della città dove vivono. Seveso, appunto. Sono le socie e i soci del locale circolo di Legambiente, dedicato a Laura Conti, medico e all’epoca dell’incidente consigliera regionale in Lombardia, molto vicina alla Comunità. Lei che arriva da Milano per cercare di comprendere. Per aiutare. Per proporre. Amata da pochi, avversata da molti. Donna dalle posizioni forti e dalle parole chiare su molti temi che la democristiana Brianza non vuole

proprio ascoltare. Di cui non si deve parlare, meglio tacere. E lasciar passare il tempo. E dimenticare: “Un anniversario da dimenticare”. Così Il Cittadino, il settimanale locale cattolico più letto all’epoca, ricordava il ventesimo anniversario dell’incidente, il 10 luglio 1996. Le amiche e gli amici del Circolo sostengono invece che la rielaborazione di ciò che è accaduto e delle sue conseguenze è un’opportunità di crescita e cura per una Comunità ancora dolente. Nonostante la voglia di rimozione. Crediamo (perché anch’io mi iscrivo a Legambiente), che la Storia sia uno strumento di sollievo, e alla fine del secolo iniziamo a elaborare un progetto che diverrà poi la colonna portante di un percorso durato più di quindici anni. Nasce il “Ponte della Memoria”. Iniziamo a ricostruire l’archivio sociale della “vicenda Seveso”. Ascoltiamo storie. Raccogliamo storie. Raccontiamo la Storia. Entriamo al Bosco delle Querce. Il parco è aperto al pubblico dal 1996, ma

quasi nessuno lo frequenta. All’inaugurazione l’allora presidente di regione Roberto Formigoni parla davanti al deserto (tranne le cosiddette Autorità e pochi obbligati non c’è praticamente anima viva). Il parco è una sorta di non-luogo. Io stesso, che abito a poche centinaia di metri dall’ingresso,

non ci sono mai entrato. Con il “Ponte della Memoria” inizia un percorso di rielaborazione e riappropriazione che porterà alla vera e propria apertura del Bosco nel 2004, quando, davanti a centinaia di sevesine e sevesini (durante la giornata continuo fu l’afflusso per visitare il percorso appena aperto), viene inaugurato il percorso della Memoria all’interno

del parco: undici pannelli per cercare di non dimenticare. E sono ancora tante le persone che negli anni donano all’Archivio i propri documenti. Le scuole iniziano a chiedere di essere accompagnate al Bosco per conoscere. E il progetto trova il sostegno istituzionale del Comune di Seveso e della Fondazione Lombardia per l’Ambiente, nata nel 1986 proprio per valorizzare l’esperienza di Seveso e che, per la prima volta, sostiene economicamente un progetto per la Comunità. Meglio tardi che mai. Oggi la Fondazione ha trovato la sua sede definitiva a Seveso, e anche questo è un passo verso la pacificazione: perché Seveso, la sua esperienza e il lavoro stesso della Fondazione non sono più qualcosa da nascondere, da relegare esclusivamente nell’ambito tecnico-scientifico, ma diventano nomi e buone pratiche da narrare. Le direttive europee in materia di rischio industriale prendono

il nome di “Direttiva Seveso”. La Città diviene un luogo da

visitare e conoscere. Sono ancora qui. Il Bosco delle Querce è diventato la mia seconda casa. E il mio lavoro. E quanto seminato con il Ponte della Memoria continua a dare buoni frutti. Da coltivare. Per fare finalmente altri passi in avanti senza omertà o silenzi rispetto anche agli angoli meno chiari della vicenda. O a quelli volontariamente taciuti (anche dal sottoscritto, all’epoca responsabile del Progetto) perché non si dovevano alterare alcuni “equilibri sensibili”. Il Ponte era sostenuto dal Comune. Dalla Fondazione. La Brianza ha cambiato colore (verde, azzurro, rosso pallido), ma è solo un’apparenza. Perché nella propria intimità è sempre rimasta Bianca, Cattolica, Reazionaria. Ed è meglio non stimolare nervi ancora scoperti come i risarcimenti o l’aborto (nel 1976 in Italia l’aborto non era ancora legale, ma a Seveso furono autorizzati gli aborti a scopo terapeutico, con le donne che sceglievano

questa strada sottoposte a un vero e proprio processo, quasi una tortura, senza possibilità di assoluzione). Tutto è Passato. Andiamo avanti. Fino a un certo punto: perché il processo di pacificazione non troverà pieno compimento fino a quando non si deciderà di sanare tutte le ferite. Senza tacere. Con i contributi di tutti e di tutte. Anche con l’apporto di Alessandra Repossi e Francesca Cosi, e con le tavole di Sara Antonellini. Su Seveso si è scritto tanto. Magari troppo e qualche volta a sproposito. Mai si era disegnato. È questa, dunque, una prima volta importante. Ricca, che deve far riflettere. E che non mette un punto definitivo, purtroppo. Perché c’è un altro disegno. Quello di un’autostrada che vorrebbe passare dove oggi c’è il Bosco delle Querce. Sbancare i terreni mai bonificati. Quelli

un tempo classificati in zona B e dove, sotto, si trova la diossina. Riportare a Seveso le tute bianche, visto che all’interno del cantiere si dovrà operare in sicurezza. Ci sono il progetto definitivo e la volontà politica di Regione Lombardia, ma per

fortuna non ci sono ancora i fondi. Che, sostiene Regione Lombardia, prima o poi si troveranno.

E io osservo il mio territorio dove, nel bene e nel male, ci

sono le mie radici, la mia vita. E sono preoccupato. Mi chiedo se tutto quello che abbiamo costruito negli anni sia stato utile. Perché, se dovesse concretizzarsi lo scenario devastante dell’autostrada Pedemontana Lombarda, dovremo rivivere la Storia. Calerà di nuovo il buio. Tornerà per noi l’incubo. E sarà una tragedia. Tutta italiana, questa volta.

ENTRE PITOS Y FLAUTAS – CAPITOLO 4

Torna Oscar Noble, illustratore uruguaiano che vive a Barcellona e nostro ospite per un progetto di mobilità internazionale organizzato da Xena – Centro Scambi e Dinamiche Interculturali, per continuare a raccontarci a fumetti cosa sta succedendo nella politica Spagnola.
Questa è la quarta delle 10 puntate che ci aiuteranno a comprendere meglio l’attuale situazione politica iberica e a prepararci a capirne i prossimi sviluppi.
Trovate qui le puntate precedenti.
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Entre pitos y flautas
Cronache dalla crisi spagnola
Capitolo quattro:
Nuove prospettive
di Oscar Noble

E c’è ancora della strada da fare – L’introduzione di Giorgio Olmoti a “41 colpi”

5 luglio, Milano, San Siro.
16 luglio, Roma, Circo Massimo.

Il Boss torna a calcare le scene in Italia 35 anni dopo l’uscita del disco doppio “The River”.
Cogliamo l’occasione per riproporvi uno scritto di Giorgio Olmoti, più precisamente il testo che apre “41 colpi, omaggio illustrato alla poetica di Bruce Sprengsteen” di Marco Peroni e Riccardo Cecchetti, che racconta di come Giorgio abbia conosciuto quest’ uomo del New Jersey grazie alle note incise sui nastri delle musicassette che uscivano da quei “radioni” che hanno segnato gli anni ’80.

Un omaggio sentito, sincero e prezioso di chi la musica non l’ha solo ascoltata ma l’ha vissuta e fatta sua. Ci auguriamo che possiate apprezzarlo tanto quanto noi.

Alcune tavole in anteprima di “41 colpi” potete trovarle qui sul nostro shop on line, insieme al volume in sconto e ad una sua breve descrizione.

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E c’è ancora della strada da fare

di Giorgio Olmoti

Autostrada Milano Venezia. Notte fonda. La moto si lascia inghiottire dal buio e il mondo, almeno quello che posso credere esista ancora del mondo, è tutto concentrato nel triangolo di luce gialla proiettato dal mio faro. “Mister state trooper please don’t stop me”. Sono i versi della canzone che corrono dentro il mio casco la notte, durante i viaggi lunghi. Parlando con gli altri motociclisti scopri che la maggior parte cantano mentre guidano, soprattutto durante i tragitti lunghi. Del resto andare in moto è in ogni caso confrontarsi faccia a faccia con se stessi, che altri interlocutori non ce ne sono anche quando hai un passeggero a un tiro di spalla. E allora hai il tempo di raccontarti le tue storie, di prendere la misura della memoria e di lasciare che passione, emozioni e follia giochino sul ciglio dell’attenzione che la strada pretende. E a un certo punto cominci a ripetere “Mister state trooper please don’t stop me”. Un mantra da ripetere a casco aperto, lasciando che l’aria ti soffi su quei versi a fior di labbra, perché quando canti in moto basta il gesto delle parole, tanto i suoni, tutti i suoni possibili, sono già ostaggio del motore. Sull’autostrada in quel momento, malgrado la notte avanzi, c’è molto più traffico del solito e mi immagino siano tutti reduci dalla mia stessa serata e forse non è nemmeno un’idea così balzana. Siamo a cavallo tra il 19 e il 20 aprile del 1999, ci stiamo spendendo le ultime lire prima dell’arrivo della moneta unica e non ne abbiamo grande consapevolezza. Stiamo finendo anche i giorni di un secolo e di un millennio e, a parte vaghe nozioni di un imminente collasso delle tecnologie che si rivelerà piuttosto la formula moderna del millenarismo medievale, anche di questo passaggio portiamo addosso vaga consapevolezza. Quella sera lì a Milano c’è stato il concerto di Bruce Springsteen che per questa tournée ha rifatto corpo unico con la leggendaria E Street Band, per la gioia di milioni di appassionati e per la mia in particolare.

La prima volta che incontrai Bruce Springsteen mi portavo addosso i miei quindici anni, che so ricordarmi per l’odore di miscela del motorino che mi serrava la maglietta in una morsa fatale che probabilmente contribuiva a tener lontane le ragazze. Tutti noi dei palazzi avevamo qualcosa che teneva lontane le ragazze ma non avevamo percezione di cosa fosse. Probabilmente erano i palazzi stessi a formare una sorta di triangolo delle Bermuda delle passioni, inghiottendo ogni nostra possibilità.

Tenevo in mano un paio di cassette C90 vergini e mi trovavo nel salotto dell’amico ricco, quello che comprava i dischi a decine e centinaia per il bell’esercizio di potere che attivi quando puoi comprare sempre e tutto. Quella era una stagione confusa dal punto di vista delle scoperte e i cantautori e il punk s’accoppiavano in razza bastarda nelle mie cassette. Lo stereo non ce l’avevo ma m’ero comprato un radioregistratore, radione dicevamo noi che ignoravamo quanto sarebbe stato più figo chiamarlo ghetto blaster, e le cassette giravano tutto il giorno a pieno regime. Ne avevo anche di originali. Ma tutto questo, il pugno di terra in cui potevi tenere il mio mondo e ci stava comodo, in quel momento non esisteva. Lui mi stendeva le copertine sul divano e mi mostrava gli ultimi acquisti. Il valore di quella merce sembrava essere proprio il lasso temporale che correva dall’arrivo nelle vetrine del negozio alla planata nei suoi scaffali. L’ultimo disco di qualcuno era sempre il più ambito. Come se da lì a poco solo l’apocalisse. Senza sospettare che la morte di quel mondo di vinile premeva davvero alle porte, convinti che quel nostro mondo sarebbe stato per sempre. Per sempre i palazzi, i motori che ti sporcavano le mani e il campetto col pallone e le risse e quella maledetta voglia. Tutto stava anche in quelle canzoni e ancora non lo sapevo e mai avrei immaginato che quelle notti nostre con le gare nei viali vuoti e qualche birra calda sul muretto avrebbero avuto altra dignità se ricollocate in una Jungleland di competenza. L’avessi saputo che le mie notti avevano diritto d’essere portate dal sax dell’uomo gigante. Un disco che si intitola Born to Run di primo acchitto mi incuriosisce, che quella faccia è roba che so misurare d’istinto. Poi leggo sull’angolo e c’è una scritta in italiano che recita qualcosa come Il nuovo Bob Dylan, e penso che se uno è disposto a farsi scrivere una cosa così sul suo disco è uno loffio che non merita di riempire un lato delle mie cassette. Passo a un altro disco ma mi resta un dubbio.

Ci sono dei lampeggianti blu e macchine con le doppie frecce. Scalo un paio di marce della moto, anche lei un sogno americano. Guido una Moto Guzzi California, per la memoria di mio nonno e mio padre che guidavano con lo stesso stemma sul serbatoio e per la memoria di un sogno che anche le canzoni di Springsteen mi hanno regalato e che m’ha fatto sentire che nei miei gesti di tutti i giorni, dalla fatica alle notti a correre su una lingua di asfalto, c’era racchiusa tutta la poesia possibile. Qualcuno si è schiantato e a giudicare dal groviglio si sarà già scordato di respirare. Magari era stato anche lui, o lei, o loro, al concerto. Le macchine si accatastano in fila asmatica e io passo con la moto che borbotta a filo di sportelli e tensione.

Un giorno me ne stavo sdraiato sul letto in camera e su Linus leggo di questo tizio che è poi lo stesso della copertina che bocciai a casa dell’amico di cui sopra. The River, si intitola il disco di cui parlano. Addirittura un doppio. La faccia in copertina è quella lì e sento che devo fidarmi. L’acquisto di un disco doppio per me all’epoca era uno sforzo mica da ridere. La cassetta originale, lo dico ormai solo per i cultori del genere, non era doppia come il disco. In un nastro solo ci stava dentro ficcato tutto quel fiume di storie che mi ha cambiato la vita. Anche a partire da quelle canzoni ho capito che non importava che lavoro facevi e che cosa succedeva nella tua vita perché quello che contava davvero era l’attenzione, le storie minime che a saperle raccontare erano il nesso plausibile per cercare di darti una ragione di questo fatto che siamo al mondo e cadiamo e ci rialziamo e piangiamo e ridiamo e crepiamo comunque. Springsteen quella lezione l’aveva imparata a sua volta dai maestri suoi, gli stessi che, a partire da Woody Guthrie, deciderà un giorno di regalarci come fa lui entrando nella tua vita e lasciando quasi per caso un capolavoro sul tavolo della cucina. E mi ero sforzato di ficcarmi in quel sogno di storie e emozioni ridando un senso alla mia estetica e sognando una Pink Cadillac anche se mi sarei ben guardato dall’andare in giro con un 131 Mirafiori dipinto di rosa per le strade del mio quartiere. Quelle canzoni stavano diventando cosa condivisa e a diciassette anni mi ritrovo sbalzato a seicento chilometri dai miei palazzi in una nuova strada, in una nuova scuola e nuovi amici da conquistare e sempre quelle maledette voglie e passioni addosso e il muro della diffidenza l’ha rotto per me il vecchio Bruce. Nebraska in quei giorni, uno dei miei preferiti, con i versi da portare scritti a penna sulla borsa di tela. Mister state trooper please don’t stop me. Comincia lì anche questa storia. Ma quelli erano già i giorni di Born in the USA, che poi lo scopriremo che le canzoni di quei due dischi erano arrivate tutte insieme e divise tra solitudine e band. Pivello, mi permettevo di fare quello della vecchia guardia e scuotevo il capo e dicevo che quella roba lì era paccottiglia e invece di nascosto mi piaceva ma era la stagione che le femmine cominciavano a essere a tiro di sorriso e uno un tono se lo doveva dare. Poi c’era quella bandiera americana e Ronald Reagan che strizzava l’occhiolino suo da attore naufragato e signore del mondo che affonda. Avessi solo prestato migliore attenzione a quel testo in apertura, con l’urlo d’essere nato in quel paese che dentro di me era un’idea che combatteva tra sogni e diffidenze.

Al concerto di Milano non ci sono andato da spettatore. Per anni uno dei miei mille lavori era stato schiantarmi di fatica come facchino e come sicurezza ai concerti. Un modo come un altro per portarmi dei soldi a casa e per vedermi qualche concerto con gli amici. Quando Springsteen arriva in Italia alla testa della E Street Band voglio esserci e voglio stare davanti, dentro, ficcato il più possibile in quel frammento di storia. Telefono a Franco e gli chiedo se lui e i suoi lavorano per quella data. Da giurarci. Chiedo di essere del gioco. Chiedo che nella retribuzione ci entri anche un biglietto per Stefania. E così partiamo in direzione Milano, verso il palaqualcosa. La carovana è già lì e iniziamo a lavorare dalla mattina. Ste resta fuori e se la gira mentre noi ci organizziamo. Il pass che mi consente di entrare dove voglio ce l’ho lì, appeso ancora oggi davanti alla scrivania. Quel giorno si fatica e mi camallo con un roadie americano il contrabbasso di Gary e lo porto sul palco. Custodia bianca rigida. Ci hanno dato delle magliette gialle. Poi devono fare le prove e salgono tutti sul palco e suonano per noi che la sera lavoreremo e ora stiamo lì, un pugno di sgangherati, con il mento appoggiato alle tavole polverose. E ci fanno un concerto tutto per noi e ci scappa pure una versione tutta filata proprio di Jungleland, con tanto di assolo potentissimo. Quel giorno sono caduto nel pentolone della pozione magica di quelli del New Jersey e da lì in poi potrei vivere senza un altro concerto per tutta la vita.

Siamo al 1987 e esce Tunnel of love. Sono tutti in fermento alla radio dove lavoravo e lavoro anche oggi ma il disco esce di mercoledì e la sera tocca a me e tutti se lo immaginano che terrò in piedi la serata a farlo sentire tutto. Il pomeriggio vado al negozio che mi passa i dischi in cambio della pubblicità, lo prendo e me lo porto a casa. Le canzoni scorrono e io mi rigiro la copertina e non ci posso credere. Mi sento tradito. Quel disco non mi dice niente. La sera, con i telefoni che squillano impazziti e la gente che mi maledice per non aver mantenuto la promessa, faccio sentire un vecchio bootleg. Quel disco non mi è mai piaciuto e i due che seguiranno ancora meno. Toccherà al fantasma di Tom Joad invitarmi al loro tavolo di nuovo ma capita in tutte le storie tra vecchi amici, che a me gli adepti di qualsiasi cosa mi sono sempre stati sulle balle. E a proposito di tavoli anni dopo, ho cambiato mille case e città in onore alla mia generazione flessibile e sono alla fine capitato a Torino. Succede che sempre più spesso nel mio lavoro che fa battere il tempo della storia con quello delle fotografie e del cinema e della canzone e del fumetto mi capita di incontrare gente che mi chiede se conosco Marco Peroni. Ogni volta dico che ho letto le sue cose ma non ho mai avuto il piacere e tutti a dirmi che dovrei proprio perché c’è qualcosa di indefinibile che ci accomuna. E un giorno di aprile ci ritroviamo in un giardino toscano faccia a faccia, mentre si festeggia un compleanno e anche a lui gli hanno fatto quel giochetto ripetuto del conosci mica Giorgio Olmoti? No? Dovresti. I presupposti perché ci si stia antipatici a vicenda ci sono tutti e stiamo lì uno di fronte all’altro, perché anche qui c’è gente che crede che sia vitale che noi due ci si parli. Certo che sappiamo reciprocamente chi siamo. Mangiamo e beviamo, ci troviamo su quel gesto di riempirci il bicchiere a vicenda e a un certo punto proviamo a parlare. “Tu di cosa ti occupi?” mi chiede lui “Sono un motociclista, arrivo dalle parti del Friuli” “Io gioco da terzino dalle parti della Valle d’Aosta”. Siamo scoppiati a ridere e da lì a scoprire che davvero eravamo legati a filo doppio dalle passioni e dalla stessa colonna sonora c’è voluto pochissimo. Abbiamo fatto libri insieme e lezioni all’università e seminari e spettacoli e soprattutto serate in bilico sulla surrealtà che domina la nostra sfera più intima. Circondati sempre da amici. Riccardo Cecchetti per esempio disegnava per Frigidaire, la rivista più importante di fine millennio e in quelle pagine correvano anche le mie parole sulla musica. Ci conoscevamo senza sospettarci. Com’è piccolo il mondo direbbe qualcuno. Com’è stupido il mondo scapperebbe da dire a noi. E ora Marco e Riccardo sono qui a raccontare una storia che non ha il vizio celebrativo delle discografie ben compilate che troverete ovunque ma parla tagliando a fetta sottile le nostre emozioni con l’invenzione di un personaggio che sprigiona dalle canzoni che conoscete come un genio dalla lampada. A ricordarci che la Storia maiuscola forse non esiste. Esistono piuttosto le storie e quella si che è roba nostra.

Sto lì mentre sistemano l’organo di Danny e pare che agli altri lì attorno non gliene freghi niente. Arriva Franco e mi chiede se posso andare con lui. C’è una stanza e c’è da fare la guardia a una cosa, una cosa sola, e questo quasi fa ridere tutti. Io non rido. Quella Fender lì la conosco segno a segno, l’ho annusata dalle copertine dei giornali e sfiorata nelle fotografie sui giornali e mi mettono lì e mi dicono di non far avvicinare nessuno. I figli di Bruce e Nils sfrecciano con lo skate nei corridoi dei camerini e l’aria è quella della vita attorno al tendone del circo. Un circo dell’Arkansas penso io. Ho la sensazione che di me e della mia passione, che mi ficca una maledetta vertigine dritto nella nuca, qualche cosa si intuisca. Divento amico del responsabile del servizio di palco, un omone barbuto che un giorno scoprirò essere un pezzo fondamentale di quella storia e di lui ora resta la memoria, come per quelli che li fanno e buttano via lo stampo dice una canzone. Vabbè, quell’omone quando tornerà in Italia si ricorderà di me e telefoneranno a Franco per chiedergli, incuriositi anche loro, chi era quello lì della chitarra che ora gli americani lo rivogliono. Quello lì della chitarra era impegnato a vivere e aveva una ragazza da amare follemente e inseguire e un figlio in arrivo e a Genova non c’è andato, perdendo il salto per salire al volo sul treno del sogno ancora una volta. Franco dal canto suo è l’unico testimone del mio pomeriggio con quella benedetta chitarra, sempre sia sognata, e davanti agli altri tutte le volte che la racconterò negherà ridendo. Sono anni che ho smesso di raccontarla questa storia e quando siamo soli io e lui mi prende in giro e mi dice che morirà portandosi il segreto nella tomba. Va bene così dico io, ci siamo abituati. E c’è ancora della strada da fare.


Giorgio Olmoti è nato nel 1965 e ha vissuto in giro per il mondo. Attualmente vive a Torino e in un bosco sopra Attimis, in provincia di Udine. Ha fatto mille mestieri ma alla fine ha trasformato in un lavoro la sua ossessione per la pagina, la narrazione, la fotografia, la musica, il cinema e il fumetto.

Questo è il suo blog: http://giorgioolmoti.blogspot.it/

I politici? Nel pallone! – Tiki Taka, cronaca di una partitaccia

In attesa del prossimo episodio di “Entre Pitos y Flautas“, ecco un simpatico e sottile intermezzo per la serie “I politici? Nel pallone!”, concepito dal nostro amico Oscar Noble durante la visione di Italia-Spagna negli spazi del Festival di Radio Sherwood.
Buona visione!

Potete visualizzare o scaricare il file in PDF e in qualità migliore qui: [PDF-tiki-taka]

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Ed ecco il nostro Oscar che si gode la partita sul megaschermo dello Sherwood festival!

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Oscar Noble sul web: